Pietro Mennea che mi ha insegnato a correre

Pietro-Mennea-1980Portavo i calzoncini corti. Quelli della Lotto, rossi e traslucidi con i primi colori che sul campo aggiornavano le antiche regole del bianco e nero sportivo. D’estate continuavo ad allenarmi nel paesetto di montagna tra i sorrisi sbiechi e le spallucce dei contadini. Ce n’era uno, il signor Orlando, barba incolta, mani callose e pelle seccata da troppo sole, che quando mi vedeva mi gridava dietro ‘Ecco Mennea’, ancora non so se per prendermi in giro o vellicare le mie ambizioni adolescenziali.

Mennea è la ragione per cui mi  sono messo a correre da ragazzo, frequentando i Centri federali del Coni al Tre Fontane di Roma e sognando quelle volate di pura forza mentale, quelle rimonte senza muscolature imbottite di chissàcosa, solo talento coltivato col lavoro, spinte di agilità infinita, la mistica della curva.

Mennea è soprattutto la finale di Mosca 1980. Ero sempre lì nel paesino marchigiano davanti a una tv minuscola in bianco e nero. Qualche giorno prima la delusione della mancata finale dei cento. Ecco, si ripeteva, nonostante il record del mondo e i titoli europei – uno vinto perché, disse la madre, portava la maglietta della salute sotto la canottiera azzurra – l’Olimpiade non fa per lui e se uno non vince l’Olimpiade non entra nella storia dell’atletica.

Ecco allora, quel giorno, lo ricordo perfettamente e lo ricorderei anche se non l’avessi rivisto cento volte accompagnato dalla voce arrochita di Paolo Rosi che si accende di entusiasmo discreto, quello di chi faceva tv con il cuore e non per l’audience.

Mennea parte in ottava corsia, maledetta perché non ti dà punti di riferimento. Davanti e di lato solo l’urlo della folla che scorre via come in un gigantesco effetto doppler che distorce anche i volti.

Lui parte, come al solito molto male. Il corpo è come rintanato su se stesso, non si distende è quasi anchilosato dall’emozione dalla rabbia dall’aspettativa di ciò che potrebbe non essere e sfuggire. Per sempre. Poi però l’ingresso nel rettilineo, la falcata che si sblocca, le gambe diventano fluide, l’andatura produttiva senza che le frequenze si distorcano e i piedi pestino invano. Il baricentro del corpo pare ora ondeggiare come un pendolo su un filo a piombo orizontale. Gli appoggi sono perfetti, gli avversari risucchiati. Il cristone britannico, Alan Wells, pare una marionetta cui hanno improvvisamente accorciato il filo.

L’arrivo. Il sorriso sfranto sul volto, e il leggendario dito indice che si leva al cielo. Senza irrisioni, solo una misurata sottolineatura di vittoria, è il numero uno adesso, lo ha detto olimpia e Olimpia non mente.

Noi impazziamo di gioia. Mio padre, mio cugino: scendiamo nelle strade  del paese come se avessimo vinto uno scudetto. Ci ingoia il silenzio delle casupole, non ci sono altre televisioni che gracchiano italica soddisfazione. E’ pomeriggio, le ombre si allungano e allora corriamo giù lungo la strada, come a proseguire quella volata. Non c’è il signor Orlando, le pecore in lontananza fanno risuonare i loro campanacci, non è ancora ora di tornare a casa per chi lavora la terra anche di luglio, ma io continuo a correre, anche quando il rettilineo è finito e la curva mi manda su per la salita e non posso più immaginare il pubblico in delirio. Mi volto e sono rimasto solo. E ancora continuo a correre e non vedo l’ora di tornare in pista, e mi dico, ho vinto anch’io, perché nelle tasche ho la tesserina della Fidal, e mi sento parte, e continuo a correre, e in fondo anche se faccio il salto triplo qualche duecento l’ho fatto pure io. E continuo a correre e di nascosto alzo il dito al cielo.

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3 pensieri su “Pietro Mennea che mi ha insegnato a correre

  1. Bello! Un modo molto partecipato, sudato e affannoso di ricordare il grande campione.. sembra abbiate corso insieme. E siccome io, quando leggo, “vedo”, ho visto che, raggiunto il traguardo, Mennea s’è tolto, ancora correndo, la canottiera e te l’ha passata. Poi, voltandosi con un sorriso timido, ti ha salutato appena con un cenno della mano e se n’è andato per la sua strada. E tu, ancora ansimante per quella corsa, col tuo trofeo in mano, tra gioia e nostalgia.

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