Holderlin: il fiume e il viaggio. Perché il poeta piace al nuovo Papa

holderlin“La vecchiaia è tranquillità e reverenza verso Dio” E’ il verso del grande poeta tedesco Friedrich Hoelderlin citato da Papa Francesco nel discorso ai Cardinali il giorno seguente la sua elezione a Vescovo di Roma. Non solo un segno di continuità con il suo predecessore, imbevuto di cultura letteraria del proprio Paese, ma anche il riconoscimento di una passione matura per un artista che come pochi altri nella storia ha saputo dare un significato profondo al proprio sguardo sulla realtà e sulle cose. Hoelderlin è un poeta visionario, come già in un saggio del 1939 lo definiva il grande teologo Romano Guardini, nel senso che dietro e dentro ogni cosa intravvede una scintilla originale, una qualità dell’esistenza, qualcosa di vivente, di unico e quindi a suo modo sacro. Il fiume, ad esempio o il viaggio: entrambi simboli della vita umana, perché l’uomo si mette in moto nel mondo, prende avvio nella vita con l’entusiasmo prorompente di una sorgente, nasce senza pensare a limiti e condizionamenti  e però proprio grazie ai limiti, ai margini stretti dell’esistenza procede nel mondo,  e come un fiume nel suo alveo non si disperde, anzi trova il suo fine e il suo compimento.

Così argomentava Guardini nel suo lungo saggio che si intitola proprio “Hoelderlin immagine del mondo e religiosità” ed è curioso notare come la dimensione della vita come viaggio come scoperta di signiicati nelle cose, da lui analizzata in profondità, ritorni puntualmente in un’altra delle prime riflessioni del nuovo Pontefice riassunta giornalisticamente nei tre infiniti “Camminare, edificare, confessare”.

Camminare è per Hoelderlin la chiave della vita umana, e il viaggio in particolare, spiega Guardini, è “una concezione di antichità primordiale, segnata da tratti che illuminano, che interpretano l’esistenza, come quello della partenza e quello della fine; della direzione, con la possibilità di trovarla e di perderla; del pericolo e del compagno di strada; della stanchezza, del riposo e dell’impossibilità di rimanere per sempre ecc. In questo senso anche il fiume è un simbolo simile a quello della via. È un simbolo di immediata familiarità”.

Ma le figure del mondo per il poeta non sono semplicemente simboli, dice Guardini, quanto piuttosto “espressione immediata di essenza del mondo ed interiorità: significano qualcosa, e al di là di questo vengono ricolmate di significati più lontani dalla forza contemplativa e formativa dei singoli, dalla consuetudine storica e dalla tradizione.

L’esempio più smagliante è il fiume. Tutta la poesia di Hoelderlin è uno scorrere ora maestoso, ora scrosciante, lento oppure vorticoso di acque. “Da qualsiasi parte si entri nella poesia di Hoelderlin – spiega Guardini – ci si imbatte nell’acqua che scorre. Certi fiumi sono costantemente ricorrenti, in particolar modo quelli della sua terra, il Neckar e il Danubio. Poi quelli che ha conosciuto durante il suo soggiorno a Bad Homburg, Meno e Reno. Dal viaggio in Francia vengono nominati la Garonna e il Rodano. Dai paesi della sua nostalgia, Grecia e Asia Minore, l’Ilisso, l’Eurota e i ruscelli di Calàuria; il Caistro e il Fattóio che scendono dallo Tmolo, il Meandro. Dall’Egitto il Nilo, dal lontano Oriente l’Indo. L’acqua appare nelle più svariate forme. Le fonti zampillano e i ruscelli scorrono, soprattutto nelle descrizioni di paesaggio dell’Iperione. Nelle poesie delle Alpi e dei fiumi scroscia la giovane acqua di montagna.”

Per Hoelderlin però, “il fiume reale è fin dall’inizio qualcosa che trascende il significato che la geografia o anche la scienza della cultura attribuiscono a questa parola. Da esso emerge un viso, una figura, qualcuno rivolto a chi è capace di vedere. Nel suo scaturire e nel suo trasformarsi si compie un destino”. Ecco, le realtà, gli aspetti della natura non sono solo simboli, sono un “qualcuno”, più che qualcosa”. Come a dire, per essere simboli, per raccontarci di noi devono essere visti come “esistenze”, appunto poeticamente come volti, come manifestazioni intime di vita. Qualcosa di cui è intessuto il mondo e noi stessi e che si può riconoscere grazie alla poesia e con un atteggiamento sottolinea Guardini, proprio della favola. E qui la spiegazione di Guardini è di una profondità e analiticità che fa impallidire legioni di studiosi del folklore.

“Per capirlo dobbiamo rifarci più indietro, per esempio alla favola. Essa non scaturisce dallo sguardo simbolico universale e dalla fantasia artistica che gli da spessore (…), non nasce da una fonte propria, ma da qualcosa di più primordiale: da quell’esperiènza che l’uomo fece agli inizi, nel suo incontro con la natura e con gli avvenimenti dell’esistenza. Nella favola tali esperienze originarie sono scivolate nell’ambito del favoloso-fantastico; ma le prime impressioni vi sono ancora riecheggiate. Quando l’uomo primitivo si imbatteva nel fiume, vedeva dapprima l’acqua reale: sorgente, corso, affluente, sbocco nel mare. Ma l’insieme era più di quanto noi intendiamo con il concetto geografico; era un essere. Con questo non si vuole alludere a nessun «antropomorfismo» che, scaturito da una deficienza di conoscenza scientifica, si sostituirebbe a precisi concetti; nemmeno alla «personificazione» di un oggetto in sé astratto da parte di un pensiero ancora assorbito dalla fantasia. Ciò che avveniva qui era un’autentica visione. Essa si riferiva a ciò che scorreva, che gelava nell’inverno e si rimetteva in movimento in primavera, che straripava minacciando pericolo, ma. che permetteva anche la navigazione e la pesca. Appunto questo era un essere: una realtà misteriosa, terrificante e allo stesso tempo invitante; un qualcuno, che aveva una volontà. Questo qualcuno lo si poteva improvvisamente incontrare, sotto le spoglie d’un toro ad esempio, oppure di un uomo o d’una donna. Queste figure non erano un’«allegoria» del fiume, e nemmeno la sua «anima», bensì il fiume stesso; una realtà di carattere religioso e misterioso, e allo stesso tempo empirica. Il fiume reale aveva questa forma e quella – e forse anche altre”

Questa vita, questa intimità con le cose, si ritrova per concludere il nostro ragionamento in una delle poesia più note di Holderlin, “Heidelberg”, dove ancora una volta domina l’acqua, passano i viandanti, e il fiume diventa “persona”

E’ antico amore: e mi sarebbe gioia
chiamarti madre e regalarti un canto
disadorno o bellissima e campestre
fra le città che vidi della patria

Come l’uccello vola oltre le vette
il ponte lieve e forte fragoroso
di uomini e di carri balza oltre
il grande fiume che ti brilla accanto

Un incanto mandato dagli dei
mi incatenò quando varcai quel ponte
Un tempo e alla montagna
mi apparvero richiami di distanze,

mentre il fiume giovane fuggiva
nella pianura, allegro di tristezza,
come un cuore che troppo per sé bello
si getta amando alla marea del tempo.

Sorgenti avevi e fresche ombre al fuggiasco,
e le rive guardando mi seguivano,
e il loro volto amico
tremava sulle onde.

.

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