Al lavoro…camminando, come mille anni fa

WandergesellenLo incontro di domenica mattina, in una piccola località fuori Francoforte, vicino a un campo di calcio, sulla strada per il centro dell’Assia, le località grimmiane di Alsfeld e Marburg. La prima impressione è di reciproco imbarazzo. Forse si è scordato l’appuntamento e mi apre la porta dopo qualche minuto, in mutande e canottiera strizzata su un tronco perfettamente cubico. ‘Già – mi dice assonnato – per quella storia dei Grimm…un attimo perché mi devo vestire senza svegliare i compagni. Sa siamo in cinque”.

Aleksander è un Wandergeselle, un artigiano tirocinante che per tre anni se ne andrà in giro ad imparare un mestiere, senza un soldo in tasca, senza una macchina senza un cellulare e senza poter rientrare nel raggio di 50 chilometri da casa sua. Dovrà quindi sottoporsi a una nutrita serie di ‘non si può’ per questa attività che prevede anche un giuramento di appartenenza: una specie di voto laico per cui l’apprendista si sottopone alle leggi della sua sua Gilda o Zuenft come si dice già dal medioevo. E porterà per questo tempo una buffa divisa, ma imprescindibile.

Ecco la prima cosa da imparare. In qualsiasi circostanza che abbia una valenza anche lontanamente pubblica i wandergeselle devono indossare la loro divisa. E’ un riflesso automatico per loro. Lo aspetto mentre mi chiedo come facciano a soggiornare anche solo per una notte in quei venti metri quadri.. l’alloggio è uno degli Herberg, la parola tedesca da cui si è sviluppato il nostro albergo – che i geselle si costruiscono da soli e che sono sparsi nel territorio. Spartani, geometrici, senza fronzoli fuorché il bassorilievo di un serpente attorcigliato a un bastone: il loro simbolo in cima al frontone. Una baita piazzata in pianura, sembra, in omaggio all’essenzialità di chi sa di essere precario e transitorio ovunque.

L’unicità di Aleksander nell’essere personaggio da fiaba sta proprio nell’incongruenza tra il suo lavoro e il suo aspetto. Per chi cammina così tanto e deve esser pronto ad afferrare un lavoro che ti può scappare di mano penseresti a un fisico nervoso, prestante ma atletico. E invece mi trovo all’ombra di una mole superiore ai cento chili per oltre centonovanta centimetri e un viso da bambino, glabro, una pelle trasparente e due occhi puntuti di un verde brillante, vispo, energetico. Sembra quasi un emoticon vivente. L’abbigliamento impeccabile, si fa per dire, da wandergeselle, virato in versione velluto a coste, con pantaloni non semplicemente a zampa da elefante, ma da elefante vero. Con un’ampiezza che supera almeno i trenta centimetri al polpaccio. Pe completare l’uniforme, la bombetta d’ufficio, che in cima a quel corpaccione ti dà l’impressione che un quadro di Magritte si sia improvvisamente sovrapposto a un Botero. E la cosa miracolosa è che mentre lui cammina rimane immobile senza neanche essere troppo calcata sui capelli ricci e molto corti. Ecco, un tipo del genere se lo incontri per strada in Italia pensi di essere nei paraggi di un circo o di un set cinematografico a cielo aperto. In Germania invece, no, non è un’eventualità comunissima, ma neanche troppo sorprendente.

Ha iniziato prestissimo la sua vita viaggiante, a 19 anni, appena terminata la scuola professionale. Via, subito sulla strada, auf der Walz, come dicono loro: nord, sud, ovest o est non fa differenza. Voleva esplorare il mondo, mi dice, e approfondire la sua formazione. “In ogni posto trovavo una soluzione diversa, una nuova maniera di risolvere lo stesso problema. Più giri e più impari, e questo è il bello. Certo poi c’è il contatto con la natura, la bellezza di stare all’aperto, di cambiare spesso e tutto questo genere di cose”.

Il Gianni protagonista di diverse fiabe dei Grimm ha fatto il suo stesso apprendistato. Addirittura per sette anni lui e il padrone ne è stato talmente contento da dargli in compenso una pepita d’oro grande, raccontano i Grimm, come la sua testa. La fiaba si apre così e uno leggendo pensa, be’ neanche è iniziata che è già finita, cosa c’è di meglio che una pepita d‘oro così grande per essere felici e contenti? E invece Gianni affronterà una giornata intensa e piena di sorprese, vivendola a cuor leggero e mente sgombra, una giornata segnata da scambi improbabili e mai vantaggiosi, che si concluderà addirittura con un nulla di fatto. Ma allora di che fortuna si tratta?  Uno parte con una pepita d’oro, si ritrova a mani vuote e tutto questo lo chiamano fortuna? Perché Gianni ha un animo semplice, sempliciotto all’apparenza, ma è libero, talmente libero da rovesciarlo il concetto di fortuna. Vediamo perché.

Fortuna in tedesco si dice Glueck e la parola comprende in sé anche il concetto di sorte per il quale non c’è un altro termine. Gianni in questa fiaba ne dà addirittura una versione tutta sua, e nuova, impensabile sia per la concezione contadina sia per quella borghese dei lettori dell’epoca e non solo. Con buona pace di chi riempie volumi di saggi a sostenere che la mentalità delle fiabe è quella crassa e popolana che vuol prendersi nella finzione le rivincite sui potenti della vita reale e quindi esalta la destrezza, la furbizia e anche la meschinità se serve a rovesciare poteri e gerarchie. Bene, Gianni dimostra che non è così o almeno non sempre, il che basta per contraddire e confutare i possessori dell’unica verità critica sui testi. Ecco infatti cosa succede al nostro amico: anzitutto baratta l’oro per un cavallo, ma dopo una galoppata un po’ sventata finisce per le terre e decide così di scambiare il destriero per la mucca di un passante. E questa mucca però il latte non glielo dà, anzi, lo scalcia quando il giovanotto prova a mungerla. Non vedi che è vecchia? Gli fa notare l’ennesimo passante che porta con se un bel porcello grasso. Tra parentesi una strana compagnia per una passeggiatina. Ma in ogni caso e manco a dirlo Gianni fa un ulteriore scambio e già si sogna un bell’arrosto quando sopraggiunge un altro passante che stavolta porta con se un’oca. Attento, quel maiale è stato rubato se ti scoprono farai una brutta fine, lo avverte, non si sa quanto sinceramente – e finisce così per affibbiargli l’oca e sacrificarsi addossandosi il corpo del reato. Ma neanche il volatile rimarrà a lungo con Gianni perché quando incontra un arrotino il giovane baratta l’oca che probabilmente non l’ha mai convinto troppo per mola e pietre. Ma non finisce qui; perché quando Gianni è oramai lì a immaginarsi un futuro da piccolo ma sereno artigiano si china a bere da un ruscello, e le pietre rotolandogli giù vanno a finire dentro l’acqua. A quel punto il giovanotto che ha anche finito le provviste rimane così senza nulla, nulla di tutto quello che la giornata gli aveva regalato, nulla da riportare alla casa materna. Ma lui non è certo tipo da scoraggiarsi o lasciarsi andare al rimpianto o al rammarico. Si rialza in piedi, tira un gran sospiro di sollievo, benedicendo la sua fortuna e si rimette in marcia verso casa, consapevole , dice la voce narrante, di essere un uomo davvero fortunato e benvoluto da Dio.

Ecco la versione di Gianni, allora. Fortuna è vivere accettando quello che accade, ponendosi nel flusso delle cose, degli avvenimenti, perché lui può pensare, immaginare, programmare una scelta, un affare, sognare un mestiere addirittura. Ma poi qualcosa va storto e si deve ricominciare e però, basta girare l’angolo ed ecco un’altra occasione, un’opportunità che forse andrà bene o andrà male, ma sarà comunque un altro pezzetto di vita da vivere.

Gianni nel paese dell’etica protestante, apprendista tirocinante presso botteghe gestite in nome della santità del lavoro che il cielo sicuramente remunera col successo, in questo paese simile a tanti altri di questa o quella confessione e mentalità, be’, Gianni è contento come una Pasqua quando non rimane più in possesso di nulla ma avendo vissuto una giornata ricca di sorprese, di avvenimenti, incontri, possibilità. Con una fede nel domani che somiglia a quanto dice Emily Dickinson a proposito della fede nel futuro in generale, che è un “ponte senza arcate che immette ciò che vediamo nella scena per noi ancora invisibile”.

Aleksander è perfetto come nipotino di Gianni. Non è certo un tipo romantico, ma ha lo stesso atteggiamento inconsapevolmente poetico verso la realtà. Nessuna programmazione, molta speranzosa attesa, comunque attiva, vitale. Camminare, girare il mondo per lui  non è dispersione né smarrimento, è esporsi alle possibilità dell’esistenza. Non è un nomade, ma un cercatore; non ascolterete mai da lui amenità borghesi del genere: non importa la meta ma il viaggio. Aleksander viaggia per incontrare cose che gli diano da vivere: occasioni che passano per essere afferrate, non miraggi da inseguire. Provate a chiedergli cosa si prova a raggiungere un luogo lontano potendo fare solo l’autostop. Vi risponderà quello che ha detto a me camminando lungo la linea del fallo laterale del campo: “ci sono giornate che stai un’ora ad aspettare oppure cinque minuti, ma può sempre succedere che quello che ti prende su ti porti in un posto che è esattamente dove volevi andare o addirittura meglio di quello che immaginassi, magari è proprio lui che ti offre un lavoro. A me è capitato. Succede ’”conclude con assoluta naturalezza che sfida col sorriso strafottente del giullare un mondo segnato da precariato, disillusione, cinismo. Aleksander scende dritto dove gli altri vedono i paletti di uno slalom con la pesante leggerezza della sua andatura; un’altra felicissima incongruenza  di questo ossimoro d’uomo. Non c’è traccia di dubbi, non c’è una nuvola nel suo sguardo. Mi dice della Francia, perché i Gesellen viaggiano molto da quelle parti, ha lavorato per restaurare un palazzo di duecento, forse trecento anni fa, la cronologia non è il suo forte, ma si ricorda di quanto gli sia piaciuto lavorare con gli stucchi. “Che bello dice, mi piacciono gli edifici d’epoca ma anche quelli moderni. L’importante è far crescere qualcosa e la sera, stanchi, girarsi a vedere quello che si è combinato e dire: ‘Fico! Che gran cosa abbiamo fatto anche oggi”.

Gianni avrebbe detto lo stesso.

Annunci

Un pensiero su “Al lavoro…camminando, come mille anni fa

  1. bello saverio, fa pensare, fa pensare, anche se solo per un po’, alla nostra, di vita.
    Io quando mi dicevo ” non importa la meta, ma il viaggio ” mi riferivo alla moto eh eh eh, gas aperto e non importa dove eh eh eh, lo so’ ho detto na cosa bassa bassa.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...