Breve storia d’amore

silenzioso-giardino-nella-nottedi Diego Vitali

Questa storia non parla affatto d’amore.

Del resto, chi ha più voglia di stare a sentire della roba di questo genere?

La cosa successe tempo fa. Non ricordo di preciso quando, doveva essere più o meno due anni fa; erano gli ultimi giorni, solo che non lo sapevo ancora. Stavo guardando dalla finestra. Fuori era notte. Non avevo dormito per niente. Non dormivo molto in quel periodo. Saranno state le tre, le quattro. L’ora in cui il sonno è più profondo, fino a farsi torbido, un imbuto in cui l’essenza delle cose si disgrega in vortici, flutti di sostanza marcescente, senza nome. È l’ora in cui si fanno i colpi di stato, le rapine. E in cui ci si suicida. Beh, io ero stanco e volevo dormire, ma, semplicemente, non ci riuscivo. Non appena mi giravo su un fianco e chiudevo gli occhi… eccola, proprio davanti alle palpebre. Come un film proiettato sullo schermo. Ma vicinissimo. Potevo toccarla, muovendo una mano o anche un solo, enorme, dito. E lei era piccolissima, anche se così vicina. Mi camminava davanti agli occhi, un corpo minuscolo, di bambola. Era l’ultima stronzata che aveva detto o fatto. Oppure quello che io le avevo risposto. O i suoi fianchi inarcati. Ma non è di questo che devo parlare.

Insomma, ero sveglio. Mi ero alzato e mi trascinavo in giro per la stanza. Quando passai davanti alla finestra, mi fermai. La strada sotto era deserta. Solo lampioni arancioni e un semaforo che ogni tanto cambiava colore. E oltre, al di là della strada, le siepi e il buio. Alcuni campi incolti, deserti. Una fila di alberi, un confine. La cresta delle montagne, che non potevo vedere, ma c’era. La notte, eccola. Niente di più bello. Me ne stetti lì un bel po’. La fronte appiccicata al vetro gelido. Ogni tanto passava una macchina. Alcune lente, stanche, di gente che ormai non ha più fretta. Altre correvano. Gente che andava veloce. Ma chi ero io per giudicare? Non mi importava, del resto. Davanti a quello spettacolo c’era da rimanere ipnotizzati. Tutto quel silenzio. E il mondo, quel mondo trasfigurato, feroce, notturno. Come sotto una coltre di neve nera, una buia coperta. La sostanza delle cose mentre la gente dorme. Che meraviglia. Il semaforo sembrava parlare, in una sua lingua strana e lentissima. Poi però successe una cosa.

Un pulmino attraversò lentamente tutta la strada, sbucando dalla destra della mia finestra e percorrendola tutta, fino all’altro lato. Poi si fermò. In un punto fuori dalla luce dei lampioni. Ben lontano dall’incrocio. Vidi che la luce dentro si accendeva, ma solo per un istante. Qualcuno era sceso. Una macchia bianca. Una massa, un movimento. Qualcuno attraversava la siepe e spariva nel buio. Il pulmino ripartì. Rimasi solo.

In realtà non ebbi nemmeno il tempo di capire se era un sogno o no, perché il pulmino tornò subito indietro. Parcheggiò dall’altro lato della strada, in un parcheggio. Non vedevo quasi niente. Chissà perché mi sembrava uno di quei pulmini delle orchestrine di liscio, delle feste paesane. Era piuttosto colorato, aveva delle scritte. Ma ovviamente non si leggeva niente.

Poi non successe più niente, per almeno mezzora. Solo la massa grande e immobile del tempo. Sembrava che persino il semaforo si fosse fermato. E dentro il pulmino se ne stavano zitti come figli di puttana in agguato. Stavo per svenire addosso alla finestra, ma qualcosa dentro il mio cervello continuava a farmi stare  sveglio. C’era qualcosa che dovevo ancora vedere. Sì, perché alla fine il tizio con la maglietta bianca tornò. Per un istante passò sotto un lampione. Era grosso, aveva una pancia evidente, anche a quella distanza, e portava solo quella maglietta bianca. Eppure era freddo fuori. Sparì dietro la fiancata nascosta del pulmino. Probabilmente entrò, ma stavolta la luce dentro non si accese.

Però c’era anche qualcos’altro. Qualcosa che non so se sia bene dire o pensare ad alta voce. Qualcosa che sta proprio sul confine, sulla linea.

Che quell’uomo, grosso, con la pancia, con la maglietta bianca, che in piena notte e d’inverno arrivava su un pulmino insieme a un misterioso compare e se ne andava a spasso nei campi di periferia, in mezzo alle case dove tutti dormivano tranne me, a fare non riesco a pensare cosa, che quell’uomo – dicevo – un attimo prima di sparire dietro il pulmino – ma in quel momento era già avvolto dall’ombra, quindi quasi impercettibile – si sia girato a guardarmi. La sensazione sottile e strisciante nelle viscere di essere visti e riconosciuti. Io, in pigiama, dentro casa mia, al buio, dietro il gelido limite della finestra. Da una distanza di almeno trecento metri.

No.

Non era impossibile, tutto sommato, se io riuscivo a vedere lui. Era semplicemente improbabile.

E poi lunghi minuti di niente. Le budella mi si stavano squagliando, sempre di più. Adesso sì. Non se ne andavano. Erano lì per me. Mi aveva guardato. Forse mi stavano guardando anche adesso. All’improvviso ero convinto che fossero in due. Il tipo e un’altra persona che guidava. Solo loro. Non c’erano altri compagni addormentati nei sedili posteriori. Era un lavoro da fare in due. Forse riuscivo perfino a vederla, l’altra persona. Il finestrino del guidatore era rivolto a me. Appena un’ombra che ogni tanto si muoveva. Ma come se non avesse alcuna consistenza. Un’ombra nell’ombra, praticamente niente. Poteva anche essere un inganno, un trucco dei miei sensi stanchi. Chi erano? Chi era lei?

Perché improvvisamente sapevo anche che era una lei? Poteva essere una lei. Ancora però non osavo pensare il pensiero più grave e profondo di tutti.

Passarono altri minuti. Avevo le gambe intorpidite, freddo, mal di testa, ma non osavo staccarmi da lì, dalla mia feritoia sulle tenebre. Chi poteva essere?

Il cane dei vicini abbaiò. A lungo. Poi cominciò anche il mio. Sotto la mia finestra. Si sentiva che aveva davvero paura. Non la smetteva. Io non vedevo niente, ma sapevo che c’era qualcosa là sotto.

Qualcosa stava strisciando sotto casa mia. Cercava un varco, un punto debole.

Potevo andare a vedere. Potevo chiamare aiuto. Potevo urlare qualcosa. Oppure no.

Aspettai ancora. Cercavo di guardare dovunque. Ma guardare nel buio è una cosa strana da fare. Gli occhi dopo un po’ vanno nel pallone, cominciano a fare scherzi, a percepire cose che non esistono. Ti convincono che quelle forme traslucide che si contorcono sono reali e non solo impressioni latenti. Non avevo il coraggio di aprire la finestra o di uscire in terrazza. Avevo anche una torcia a portata di mano, ma preferivo rimanere nella mia penombra. Rassicurante. Se anche avessi voluto, il braccio non mi avrebbe risposto. Poi sbattei le palpebre e tutto era finito. Se ne erano andati. Il cane stava zitto.

Ero solo, così solo.

Allora cominciai. Feci quello che fanno tutti i paranoici, cominciai a mettere insieme pezzi, ma prendendoli a caso, da tavoli diversi, da situazioni diverse. Arbitrariamente. Miracolosamente combaciavano, o meglio, ero io che li facevo combaciare, a forza. Mi ricordai di cose che non c’entravano assolutamente niente, ma in quel momento risplendevano di un’agghiacciante luce lunare. Mezze parole, mezzi silenzi, uno strano ritardo, un biglietto dell’autobus, un tacco rotto. Pezzetti, tessere. Alla fine ero sicuro. Come solo dopo un lungo viaggio, da soli. La verità risalita dal profondo, dal fondo della notte. La verità folle, impossibile, assurda, insensata, o come preferite voi. Chi era al posto di guida di quel pulmino quella notte. Chi era venuto lì per me, a farmi la posta, di notte. Chi avevo visto solo per caso, per una coincidenza altrettanto assurda e improbabile, chi non avrei mai dovuto vedere – ma non avevo effettivamente visto.

Così è cominciato il resto. È così che si comincia.

 

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