Come zucchero nel caffè

cafedi Elena Tamborrino

Anna osservava gli abiti sparsi sul letto, non sapeva decidere cosa indossare per quell’appuntamento, che aveva desiderato tanto fortemente da sentire quasi male fisico nel momento in cui Carlo l’aveva chiamata al cellulare per invitarla.
Si rigirava la tazza di caffè tra le mani, era il secondo quella mattina e ce ne sarebbe stato un terzo con lui più tardi: indecisa su colori, abbinamenti, modelli. La sua sobrietà naturale le impediva di osare, ma a volte temeva di apparire fin troppo spartana, al limite dello scialbo. Invece stavolta voleva stupirlo, fare colpo e magari il vestito giusto poteva facilitarla, ma quell’insieme di grigio, nero, blu e celeste polvere disteso davanti ai suoi occhi non la stava aiutando.

Si erano visti la prima volta ad una mostra fotografica: lei era stata invitata nella più importante galleria della città da un’amica che conosceva il fotografo che esponeva, un nome famoso, un reporter che aveva collezionato i suoi scatti nelle zone di guerra del Medio Oriente. Aggirandosi nella sala, Anna si era imbattuta in qualche vecchia conoscenza ed era stata presentata a Carlo. Insomma, il loro era stato un incontro avvenuto nel più banale dei modi, presentati da un comune amico. Scambiarsi il numero di telefono, dopo una serata trascorsa a chiacchierare di interessi che mano a mano scoprivano di avere in comune, era stato abbastanza naturale, ma lei sicuramente non pensava che si sarebbero più sentiti dopo quella volta. Un’insicurezza caratteriale la portava a scartare sempre anche solo l’ipotesi di poter sembrare una donna interessante, da rincontrare, anche se sapeva di esserlo. Che si fossero piaciuti tuttavia era evidente.

Giorni dopo lo aveva rivisto casualmente: lei sul tram mentre andava in ufficio, lui sul marciapiede, i loro occhi si erano incontrati per caso nel momento in cui il mezzo rallentava nel traffico dell’ora di punta e lui, pronto, le aveva mimato il gesto di portarsi una tazzina di caffè alla bocca. Era un invito, chissà a quando.

Poi la telefonata di Carlo era arrivata, quando ormai Anna non ci pensava quasi più, incapace com’era di prendere in considerazione che invece sarebbe potuto succedere.

E ora era lì, a un’ora dall’appuntamento in un caffè del centro, senza sapere ancora cosa indossare per l’occasione. Alla fine si era risolta per una gonna in cady blu e un top bianco di seta, con un giacca corta di pelle scamosciata: le dècolleté blu tacco cinque avrebbero completato l’insieme.

 

Era arrivata un po’ in anticipo e lo aveva trovato sgradevole, poteva sembrare che fosse impaziente e non voleva dare questa impressione. Alla fine si era decisa ad entrare nel bar, un locale signorile e accogliente, tradizionale luogo di ritrovo in stile Liberty, dalle luci soffuse e dai profumi di pasticceria finissima. Si era accomodata a un tavolino vicino alla vetrata che dava sulla strada, in una posizione che le avrebbe consentito di vederlo arrivare, dandole il tempo di riprendere un contegno. Un cameriere sollecito si era avvicinato, ma lei gli aveva fatto un cenno sorridendo, per fargli capire che stava aspettando qualcuno e che avrebbe ordinato dopo, anche se in realtà avrebbe voluto subito chiedere un caffè, anche per tenersi occupata mentre aspettava. Infatti dopo un po’ aveva deciso che sì, un caffè poteva ordinarlo, Carlo tardava e lei aveva bisogno di ritemprare lo spirito, provato da quell’attesa che si stava facendo sfibrante. La tazzina arrivò fumante, su un vassoio in silver impreziosito da un centrino di lino rifinito a punto a giorno, accompagnata da un bicchiere di acqua e da un cioccolatino fondente. Aveva bevuto lentamente il caffè e poi si era soffermata a guardarne il fondo, che aveva disegnato imperscrutabili segni nell’interno di porcellana bianca: si potevano interpretare? Significavano qualcosa? Lui sarebbe arrivato? O le avrebbe tirato un bidone? Lei piaceva a lui quanto lui piaceva a lei? Che sciocchezze andava a pensare, cosa si stava mettendo in testa? Sarebbe stato solo un caffè, in fondo.

Scrutava fuori, i minuti passavano ma Anna non voleva guardare l’orologio, non voleva sapere quanti fossero. Finalmente lo vide: arrivava sul marciapiede opposto a quello del bar, con il suo passo elastico e la testa alta. Sembrava cercare qualcuno oltre le persone che gli camminavano davanti e oltre quelle gli venivano incontro, in direzione opposta. Dove guardava? Chi cercava in mezzo alla gente che affollava il marciapiede di quella strada elegante del centro? Lei? Ma lei era già dentro, doveva immaginarlo, Carlo era in ritardo tremendo, come non gli veniva in mente che lei potesse aspettarlo già da un po’? Alla fine capì: in pochi attimi Anna vide che l’espressione di lui era cambiata, aveva rallentato e la sua faccia si era allargata in un sorriso alla vista di una ragazza bionda, alta e raffinata, che gli veniva davanti. Si incontrarono quasi all’altezza della vetrata da cui Anna assisteva alla scena, dalla parte opposta della strada: lui la prese sottobraccio e insieme attraversarono ridendo, per infilarsi nel locale dell’appuntamento. Per un attimo Anna si chiese cosa ci facesse lì, se non fosse il caso di alzarsi e dare le spalle alla coppia che era appena entrata, fingendo di non essere mai stata in quel caffè. Troppo tardi, si erano avvicinati al tavolino.

– Ciao, Anna, scusa il ritardo, un traffico terribile, non sapevo dove parcheggiare, spero che tu non sia qui da molto tempo, perdonami davvero non ho nemmeno pensato di avvisarti che tardavo, posso presentarti Sara? Mia moglie.
Si accomodarono e ordinarono un caffè. Quel locale era particolarmente rinomato per la qualità della miscela che serviva. Per lei era il quarto della mattinata, certamente troppo per le sue abitudini, al massimo arrivava alla terza tazzina dopo la pausa pranzo. Ma per quanto potesse essere buono, quel caffè, profumato e cremoso, era decisamente amaro e le andò quasi di traverso.

Le illusioni di Anna erano affondate lentamente come lo zucchero in quella crema di caffè.

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