Il poeta che lotta (ma vive) con Dio

KavanaghSono pochi i fortunati lettori italiani che conoscono Patrick Kavanagh, poeta agricolo e metafisico, moderno nell’inquietudine ma imbevuto di tradizione rurale, considerato nei Paesi di lingua inglese il più grande poeta irlandese del Novecento dopo Yeats. Be’, in questi giorni di sconcerto, attese, trapidazione, speranza per credenti e laici ho pensato di riproporvi questi splendidi versi che ho tradotto qualche anno fa, un testo, una confessione di tumulto interiore smagliante, sofferta, ma vittoriosa. La testimonianza di un animo grande, al di là di tutto

di Patrick Kavanagh

Dopo la preghiera sono pronto ad entrare nel mio cuore,
indifferente ai puntelli della reputazione:
degli esili salici di un boschetto campestre
le stanghe arrugginite di un carro richiamato alla memoria
che sostiene la consapevole crosta dell’arte.

Non c’è un angolo qui per la contemplazione,
né radici di fede per dare validità alla mia rabbiosa
passione. Inizierò dal fondo,
provando a ignorare gli occhi che riflettono vergogna
di adoratori che si son fatti un Dio troppo elevato
per condividere il cibo o fare il non-meraviglioso.

Gli diedero cieli vuoti da esplorare
Invece di una stanzetta dove egli possa scrivere per
Uomini troppo reali per vivere di insipide leggende.

Via, via su ali come quelle di Joyce
La madre terra sta mettendo in ordine i miei abiti nuovi di zecca
Pregandomi, dice, di non ignorarla più;
bottoni gialli lei ha trovato nei campi a un prezzo d’occasione.
Il Big Bush di Kelly all’occhiello. Sorprese
in ogni anfratto – il rivoletto all’angolo di Connolly,
Io ad Annavackey al confine di Armagh
O calmo o raccolto in un’ansia di bestie che partoriscono.

Per nulla triste mentre galleggio via, via
Con mia madre che mi tiene accanto al vernacolo.
Ho una casa dove tornare ora. Oh benedizione
Del ritorno nel partire. Un posto qualsiasi dove stare
Non ha importanza. Ciò che disturba
È destarsi febbrili per non andare in nessun luogo particolare.

Dal suolo acido di un paese dove ogni radice marcisce
Mi volto là dove il mio Io riposa,
il Paradiso senza luogo che è davanti ai nostri sensi
dove siamo estromessi da ogni inane rabbia,
dove non c’è tempo per il melodramma dell’autocommiserazione,
e un milione di istinti non conosce altri usi
se non quello di sfamare e incantare le muse per tutto il giorno
finché non divengano puramente benevole. Oh fame
dove tutti hanno bocche di desiderio e nessuno
desidera essere mangiato! Sono così lieto
di imbattermi così accidentalmente in
me stesso alla fine di una strada tortuosa
e di aver imparato con sorpresa che Dio
se non venerato si avvizzisce a Principio Futile.

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