Della letteratura

cattedradi Marco Maresca

La mattina del primo giorno di scuola la madre di M. si presentò al professore di lettere. Malgrado i suoi occhi lucidi preannunciassero una seccatura che sarebbe durata per l’intero triennio, il professore decise di restare ad ascoltarla. La madre di M. disse che suo figlio avrebbe potuto sembrargli introverso, malinconico, persino un disadattato. La madre di M. disse anche che il ragazzo stava cercando di uscire da una situazione complicata che non esitò a definire tragica. Quindi raccontò al professore la storia di suo figlio, che era la storia della loro famiglia. La madre parlò, con le lacrime che iniziavano a scendere di soppiatto, e il professore ascoltò. Si lasciarono con i rispettivi stati d’animo profondamente cambiati: lei, sollevata per aver trovato una persona comprensiva; lui, schiacciato dal peso sempre nuovo di una realtà antica quanto l’uomo.

Il padre di M. aveva saputo di essere malato di cancro lo stesso giorno in cui lui e sua moglie avevano saputo di aspettare un bambino. M., per l’appunto. La felicità di essere genitori era durata il tempo di aprire una busta mal sigillata contenente un referto radiologico. Sembrava un gioco la cui unica regola era di riuscire a passare nel minor tempo possibile da un’emozione a quella opposta. Giocarono per dieci anni, giocarono in tre.

M. nacque quando il padre stava al secondo ciclo di chemioterapia. E’ paradossale non riuscire a provare una gioia piena per qualcosa che può solo far provare una gioia piena. M. crebbe sano e robusto, mentre il padre passava da una presunta guarigione a una ricaduta certa. Mese dopo mese, anno dopo anno. Fino alla morte, avvenuta quando M. non aveva ancora compiuto dieci anni. Da allora M. era cambiato, disse la madre al professore cercando di inutilmente di nascondere le lacrime, che ormai avevano perso ogni timidezza.

La scuola iniziò, e M. si mimetizzò con il resto della classe. Faceva le stesse cose, parlava allo stesso modo, e studiava quanto basta per andare avanti. Solo che rideva poco, e quando lo faceva sembrava una forzatura. Il professore cercò di studiarlo, forse per capire cosa poteva aggirarsi nella testa di un ragazzo cui era capitata una storia tanto triste. Nei componimenti scritti, soprattutto, il professore cercava di cogliere i sentimenti di M. Perché M., sempre, scriveva del papà. Lo faceva con una naturalezza sconcertante, mettendo in luce soltanto quanto di positivo avevano vissuto insieme, quanto aveva avuto, per loro, un sapore di infinito. Nascondendosi dietro un foglio protocollo a righe, riusciva a dire della loro intimità, senza vergogna o paura. C’era nostalgia infinita in quelle pagine, e c’era l’orgoglio di mostrare quadretti di genere che appartenevano a lui soltanto. Era fiero del papà. Ma, soprattutto, lo amava.

Anche il professore era fiero di avere un alunno forte come M. Perché, sempre, lo riteneva un ragazzo forte, uno che sapeva cos’era la vita e sapeva come viverla, e che lo faceva con la forza e la tenacia di certi grandi, senza mai dimenticare che quella stessa vita aveva cercato di annientarlo. Non c’era odio, né rassegnazione. Solo vita.

Un giorno il professore, mentre spiegava alcuni concetti sull’attualità della letteratura, sulla grandezza di quegli scrittori che nell’affrontare i temi dell’amore, della morte o della sofferenza hanno saputo consegnare parole immortali a uomini che sarebbero vissuti secoli dopo, si imbatté nello sguardo di M. Mentre ancora aleggiavano, tra i banchi per lo più assonnati, le parole del professore, i due si fissarono per un tempo indefinito. Nel silenzio di quello sguardo, M. iniziò a parlare con gli occhi, e il professore stette a sentire. Capì ogni parola, annuendo impercettibilmente a ogni rimando. In quegli occhi, nati e vissuti in un orizzonte che spaziava lungo tutti i grandi temi dell’umanità, gli parve di percepire più letteratura di quanta ne avesse mai studiata. Ascoltò per un tempo indefinito, incurante di quello che capitava intorno. Fu la campanella a riportarlo alla normalità scomposta di ventidue undicenni, fatta di urla, carte lanciate e odore di merenda.

Non riuscì a dire altro per quel giorno. Né, gli parve, nei giorni a seguire.

M. festeggiò solo nove compleanni con il padre. Il decimo lo visse da orfano. L’undicesimo lo trascorse in una scuola media della periferia romana. Con un professore di lettere che conosceva la sua storia.

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