Ricordando Wolfgang Sawallisch

260px-GrassauDall’alto della collina, il lago sembra un’appendice del cielo insolitamente azzurro per queste latitudini. La linea dell’orizzonte è invisibile e forse anche per questo lo sguardo si arresta prima e si sofferma spontaneamente  sugli agglomerati di case, ordinati e compunti, aiuole quasi di un giardino dove il verde è addomesticato da una cura assidua e amorevole. La prima impressione è di quelle spille con le capocchie variopinte che i bambini degli anni ’60 infilavano su piccoli pannelli di plastica bucherellati a inventare animali, macchinine, cose reali e immaginarie.
In realtà si tratta di un piccolo borgo tedesco, Grassau, a sud est di Monaco, e il lago è il ChiemSee, conosciuto anche come mare della Baviera, proprio perché distende lontano  l’orizzonte con le sue acque piatte  senza rilievi particolari a cornice.

Qui, tra queste case, dove c’era e c’è tuttora un’accademia musicale che continuerà a portarne orgogliosamente il nome si è spento nei giorni scorsi Wolfgang Sawallisch, novant’anni spesi nella musica, direttore d’orchestra rigoroso e inventivo. Come capita ai tedeschi che si tuffano negli effluvi del meridione d’Europa, Sawallisch è perfettamente riuscito a far convivere nella propria arte le brume nordiche e i languori mediterranei, dando vita a uno stile inimitabile per senso del ritmo e dei colori dell’orchestra,  con guizzi da direttore rispettoso della filologia ma capace di sbrigliare un’immaginazione che la rende dato di partenza e non gabbia penalizzante.

Beethoven, Bruckner, Brahms: da uomo amante del secolo d’oro della musica Sawallisch ha trasmesso le partiture che restano il momento più alto della creatività sonora dell’essere umano, un miracolo irripetibile per la compresenza di complessità, profondità di ispirazione e comprensibilità universale.

E proprio in quanto uomo che anzitutto “trasmette” ed è quindi  tramite di un qualcosa che ha ricevuto, Sawallisch è stato maestro di umiltà. Senza pose intellettualistiche, senza tracciare canoni o categorizzazioni. Di lui mi piace ricordare una frase di un’intervista di moltissimi anni fa, in cui il maestro si sofferma su un walzer di Johann Strauss, Morgenblaetter, sì proprio quello Strauss amato dai compositori e dileggiato dai critici, il re dell’ un due tre, l’uomo capace di dirigere più concerti a sera spostandosi da un capo all’altro della Vienna del secondo ottocento, amorevolmente invidiato da uno come Brahms che certo non accordava tanto a cuor leggero le proprie simpatie. Parlando del walzer e del modo in cui lo si deve dirigere  anticipando e ritardando i tempi, Sawallisch dice una frase per me memorabile: questo gusto “capriccioso”, questo modo di “maneggiare il ritmo io ce l’ho dentro perché ho iniziato come direttore di Operetta”. Ecco, pochi altri colleghi avrebbero citato un dato del genere, o tutt’al più l’avrebbero fatto con un sospiro di degnazione, come a confessare un errore, un passaggio di carriera dovuto e da dimenticare. Lui no. Ne andava fiero, perché la musicalità è qualcosa che lo spirito libero trova dovunque e si porta dentro per abbellire ogni cosa. E magari anche per questo ha scelto di morire tra queste case di provincia dove il limite della terra serenamente e gioiosamente si confonde col cielo. Quasi senza farci caso.

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