I custodi della sala d’aspetto

salaaspettodi Cetta De Luca

Una panchina vuota di una sala d’aspetto. In una stazione di periferia. Eppure per mesi ogni giorno qualcuno c’era, qualcuno annoverato tra gli intoccabili, gli invisibili, i reietti.  Io non prendo il treno sempre alla stessa ora. A volte di mattina, a volte dopo pranzo e poi il ritorno. Di pomeriggio o di sera. Ma loro due erano sempre lì. Lei grassoccia, coi capelli di stoppia bruciata che forse non vedevano un pettine da mesi, il viso pulito e arrossato dal sole, dal vento, dai segni del tempo. Gli occhi, gli occhi erano sempre vivi, attenti, pronti a cogliere ogni sfumatura dei colori che l’aria portava con sé, come una nuvola carica di pioggia, o l’arcobaleno. Lui era alto, robusto, forte, con la fronte alta e aperta, sempre lucida di qualcosa, una patina leggera di sudore onesto, quello che viene quando si lavora duro.

Su quella panchina la donna leggeva le riviste abbandonate dalla gente, parlava ad un telefono di prima generazione con qualcuno chissà dove, lavorava a maglia, custodiva i sacchi con tutti i loro averi, e aspettava. E lo vedevi arrivare lui, con le buste in mano piene di verdura, quella selvatica dei campi, sorridente col suo bottino. E la chiamava. La chiamava “Amore”. E lei si voltava e gli faceva segno. “Vieni, siediti qua, riposati.” Insieme, tra una chiacchiera e l’altra, pulivano la verdura e si raccontavano il tempo trascorso lontani. Lui le diceva dei suoi incontri per strada, nel tragitto dalla campagna alla stazione, delle persone che gli prenotavano la verdura fresca, degli affari che aveva fatto. Lei rispondeva dicendogli dei treni in ritardo, del capostazione gentile, della ragazza somala che le aveva offerto un caffè.

Qualche volta lui saliva sul treno. Per fare le consegne in città. E lei ogni volta si assicurava che avesse il biglietto. Lui lo comprava il biglietto, non ci pensava proprio a intrufolarsi. “Non perderlo, che i controllori girano sempre. Ce l’hai quello per il ritorno?” Gli sistemava il bavero, gli stringeva le mani callose e lo baciava sulle labbra. Un bacio leggero, senza malizia. E si rimetteva seduta sulla stessa panchina, ad aspettarlo. D’estate si trasferivano fuori, lungo i binari, ma solo di sera. Di giorno, col caldo, restavano dentro la sala d’aspetto, al solito posto.

Li ho visti per oltre un anno. Un pezzo della loro vita da clochard mi è passato davanti e tante volte, tante, avrei voluto avere il tempo di fermarmi per capire, per sapere di più, per comprare quella verdura selvatica che, ne ero certa, sapeva di buono, era la migliore, perché c’erano le gocce di rugiada sopra. Sarebbe stato il gesto migliore per non ledere la loro dignità, che ne avevano tanta, da vendere.

Da qualche giorno non ci sono più. Ci guardiamo intorno, io e i miei compagni di viaggio, sempre gli stessi, e sappiamo che manca qualcosa al nostro vivere quotidiano. Resta il non sapere, una domanda senza risposta, con la tristezza per non averla fatta prima e la sensazione di una perdita irreversibile. Forse non erano clochard, non lo saprò mai. Forse erano viaggiatori del tempo rimasti incastrati nella realtà circoscritta di una stazione di periferia, e finalmente era giunto il loro treno. Forse invece erano i custodi della sala d’aspetto, quelli che raccolgono gli affanni di chi viaggia e se ne fanno carico. E il carico a un certo punto è stato troppo. Chissà…

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