La cucina

Tavolo%20apparecchiato%204di Diego Vitali

Ho sempre considerato la cucina il posto migliore per affrontare il dolore.

Mi piace stare qui. In questa come in tutte le cucine in cui io sia mai stato, nelle case in cui ho vissuto. Mi sono piaciute tutte. Anche quelle piccole e asfittiche e buie. O quelle luminose, ma senza tavolo né sedie – che pure sono importanti. Quelle straniere, quelle di amici o ex-amici. Le cucine, dovunque si trovino, sono il posto migliore per certe cose.

Apro lo sportello dello scolapiatti, che di solito sta sopra il lavabo, ma non sempre. Può anche trovarsi accanto al lavabo, o non esserci affatto. Alcuni hanno quei piccoli scolapiatti mobili, che si appoggiano dove capita. In ogni caso, cerco la caffettiera. La moka, per intenderci. Ce n’è sempre una nelle mie cucine, non necessariamente la stessa. Se proprio non c’è, perché sono in guai grossi, molto lontano da casa, molto solo, in una situazione precaria al punto da non avere neanche la macchinetta del caffè, allora ripiego sul tè. Quello c’è per forza. Essendo stato diffuso dall’imperialismo britannico, lo troverete con una certa facilità nella maggior parte delle cucine del mondo. E se gli inglesi avessero amato il pecorino sardo, mi chiedo?

Però adesso il caffè c’è. E anche la caffettiera. Apro lo scolapiatti e prendo la moka piccola. Non trovo il filtro… Passo almeno un minuto a guardare dove non c’è. Che beata perdita di tempo. Poi apro il secondo sportello e lo vedo, il filtrino. Che se n’è andato a spasso per conto suo. Forse si annoiava.

La noia ci fa fare cose strane. A tutti. È pericolosa, la noia.

Quindi metto l’acqua nel serbatoio, fino alla valvola. Certi giorni anche al di sopra. Altri fino a metà. Quasi mai il livello scende sotto la valvola. Non mi piace il caffè corto.

Inserisco il filtro nel serbatoio e osservo le minuscole gocce d’acqua che fuoriescono dai buchetti. Mi piace guardare questa minuta fioritura. È come una nascita, come un parto plurigemellare. A volte metto troppa acqua, e questa trabocca dai fori e inonda il piano dove dovrebbe andare il caffè. Lo bagnerebbe subito e non credo che sia bene. Non so perché, ma l’istinto mi dice che non sarebbe bene. Il caffè inzuppato prima ancora di ricevere il vapore… Non mi pare giusto. Non si aprirebbe, non sprigionerebbe gli aromi e roba così. Credo almeno. Non che faccia tanta differenza. Comunque in quei casi rovescio l’acqua in eccesso, che esce per sempre dalla mia vita ed entra in quella di qualcun altro.

Poi apro lo sportello in alto a sinistra. O alle mie spalle. Ma più spesso è in alto a sinistra, non so perché. E prendo il barattolo del caffè. Che curiosamente è quasi sempre della stessa foggia, nella maggior parte delle cucine. Questo perché i miei gusti sono abbastanza stabili, ma non del tutto. Mai del tutto.

Il caffè va dentro al filtro. Fino all’orlo e anche un po’ sopra. Non si pressa mai, come mi insegnò mia madre tanti anni addietro. È difficile scordarsi di queste cose. Scordarsi degli insegnamenti della propria madre. O del proprio padre. È anche molto doloroso.

Forse un giorno troverò un modo migliore di mettere il caffè dentro il filtro della moka. Quello sarà un giorno di dolore e di morte. Eppure io spero sinistramente che arrivi.

Non c’è molto altro da fare. Chiudo la moka, la metto sul fornello e accendo il gas.

Poi aspetto.

Questo è un momento che amo molto. L’attesa del caffè.

È il momento che amo di più di tutta la mia vita.

Perché per quanto il dolore che mi attanaglia lo stomaco e l’anima sia intollerabile, anche lui dovrà attendere, con me, che il caffè venga su. Quei cinque minuti. Circa. Non ho mai contato. Né voglio farlo. Perché quel tempo è sacro, ha in sé il germe dell’infinito. In quei cinque minuti tutto deve fermarsi e aspettare. Questa è la vera pausa. Anche se avessi un cancro o se ci fosse una guerra, anche se tutto stesse finendo per sempre, ogni cosa dovrebbe fermarsi e aspettare con me, pazientemente. Fermarsi. È come quando l’angelo fa visita a Maria. Tutto si congela.

Ci sono delle volte, lo ammetto, in cui mi lascio trascinare da questo gioco. Lascio che i minuti si sommino ai minuti, lascio che la pausa si prolunghi oltre i termini naturali della sua durata. Perché a me questo limbo in fondo piace. Mi piace l’idea che il male sia congelato, che smetta di crescere, che il dolore sia in stand-by. Mi piace stare lì a contemplare il vuoto. Anche il vuoto della mia stessa anima. Poi mi riscuoto e trovo il caffè schizzato da tutte le parti, odore di bruciato, di sconfitta, di fallimento.

Allora prendo una spugna imbevuta d’acqua e pulisco. Rimetto a posto.

Quando il caffè è venuto su, ormai è fatta. La magia è finita. Tutto riprende il suo corso. Anche il dolore riprende a scorrere, non più bloccato da quella piccola diga di ferro con su scritto Bialetti.

Il caffè in sé, non mi dà alcuna gioia, me ne rendo conto. Dovrei dire: ormai. Ormai non mi dà più alcuna gioia.

Perché io sono come un drogato. La mia dose di caffè serve solo a tirare avanti fino alla prossima dose. Il vero piacere ormai sta tutto in quella microscopica attesa. In quella distensione.  È come stirarsi le ossa dopo una lunga posizione scomoda…

È il preparare la dose, che mi procura piacere, sospensione dal mondo, atarassia. Appena la assumo, tutto riprende la sua ciclica giostra. E il conto alla rovescia per la prossima dose inizia a scorrere.

Non importa.

La cucina per me è fondamentale. Io qui trovo gli strumenti per curare la mia anima e nutrire il mio corpo. Anche se non è detto che questo cibo e questi rimedi siano quelli più giusti o più efficaci o salutari. Anzi, molto probabilmente non è così.

Mi sono accorto che qualunque posto è in grado di fare le veci della mia cucina. Buffo, no? Probabilmente ho anch’io, nel mio cuore, uno scolapiatti, una moka, un barattolo di caffè e un fornello.

I miei fornelli, la mia dose, il mio limbo da tazzina.

Quando me ne allontano, i peggiori incubi da astinenza. Convulsioni spirituali. Ansie da prestazione. Intolleranze. Tutto si scatena nella mia vita. Come se avessi degli implacabili inseguitori alle calcagna.

A volte mi vergogno della mia intemperanza. Del mio essere così evidentemente non-temprato. Non temperato. Del mio essere estremo. Tropicale.

Allora nego tutto, anche il dolore. Faccio il vago. Recito malamente. Mi puntello. Non resisto a lungo, ovviamente. In genere non resisto mai più di mezz’ora. Poi cedo di schianto e torno ad affondare nella palude. Nella melassa appiccicosa e amara della mia esistenza.

Ma insisto, cerco di mandare avanti la complessa macchina istituzionale, un altro po’, ancora un po’.

I giorni passano. Sempre più oscuri. Sempre più cupi, carichi di presagi. Divento un indovino, un aruspice. Leggo segni in ogni cosa. E sono sempre infausti. Mi cade la mia tazzina preferita e va in mille pezzi – tanto per cambiare. Il gatto non mi sopporta e mi graffia. Non dormo. Se dormo faccio incubi terribili. Tutto diventa di un colore controverso, vomitevole, violento. Viola. Tutto diventa viola. Le facce della gente. L’allegria della gente. È tutto viola.

Fino a quando non arriva quel giorno. Il giorno.

Lì il tempo compie sempre una brusca frenata. Si impenna. Le ore sgocciolano, svogliate.

E quando sono sul limite, proprio sul punto di rottura, ne ultra citraque, qualcosa arriva come un’acrobata sul trapezio e mi afferra per le dita. Qualcosa di piccolo, che potrebbe anche stare in una tazzina. Appena in tempo. Come ogni volta. E io resto di nuovo appeso a questa speranza, a questo strano modo di essere in vita. In sospensione, una particella in un fluido. Un’ora. Un’ora e mezza, una serata, una notte, quello che è. Sospeso. Come il tempo che ci mette il caffè a venire su. Sospeso come le molecole di caffè che si agitano, agitate dal vapore. Un turbinio, una rivoluzione, una nascita. Ma è già tempo di salutarsi, di staccare gli occhi e lo sguardo dal suo, e la giostra è già ripartita, da capo. E non posso fermarmi, perché devo andare, devo incontrare il frutto di questo parto, il mio nuovo io, che ancora non conosco ma potrebbe essere diverso, questa volta, potrebbe essere tutto diverso.

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