Ritratto di un artista (sempre) bambino

endetartarugadi Michael Ende

Il bambino che sono stato vive ancora oggi dentro di me, perché, crescendo, non si è scavata alcuna voragine che me ne separa; sotto sotto io mi sento ancora di essere esattamente quello che ero allora. A questo punto vedo di fronte ai miei occhi un bel gruppetto di psicologi corrugare pensosamente la fronte e mormorare: costui non è mai cresciuto per davvero.

Oggigiorno sembra che questa sia una grave mancanza.

Ora, fatemelo dire, devo ammettere che non sono mai veramente cresciuto nel senso corretto del termine. Anzi, per tutta la mia vita ho lottato per non diventare ciò che oggi viene definito essere umano adulto, vale a dire una creatura disincanatata, piatta e illuminata dalla ragione e che vive nel mondo disincantato, piatto e illuminato dalla ragione dei cosiddetti dati di fatto. Faccio riferimento alle parole di un grande scrittore francese: nel momento preciso in cui smettiamo di essere bambini, siamo già morti.

Ecco, io credo che in ogni uomo, che non si è ancora appiattito e non ha perso tutta la sua capacità creativa viva questo bambino. E credo anche che i grandi filosofi e i grandi pensatori non abbiano fatto altro che coninuar a porre le basilari domande dei bambini: da dove vengo? Perché sono al mondo? Dove vado? Qual è il senso della vita? Credo poi che le opere dei grandi poeti degli artisti, dei musicisti traggano origine dal gioco del bambino che era per sempre   in loro; questo bambino, che vive anche dentro di noi indipendentemente dalla nostra età esteriore, sia che abbiamo nove o novanta anni; questo bambino che non ha perso la capacità di meravigliarsi, di domandare, di entusiasmarsi, questo bambino dentro di noi, così vulnerabile e indifeso, che soffre e cerca consolazione e speranza; questo bambino in noi, che fino all’ultimo giorno della nostra vita significa per noi il futuro.

Se mi è concesso, e con tutta la modestia del caso, vorrei accostare alla definizione goethiana di “eterno femminino” quella di “eterno infantile”, un’essenza senza la quale l’uomo smette di essere uomo.

Per questo bambino in me e in tutti noi io racconto le mie storie, altrimenti a che serve fare qualsiasi cosa?

Non ci sono poi ragioni pedagogiche o didattiche che determinano il mio lavoro. La forma visibile che ho scelto per i miei libri dipende solo da motivi poetici e artistici. Chiunque voglia voglia raccontare certi eventi meravigliosi, deve decrivere il mondo in maniera tale che tali eventi iano in quel mondo plausibili e verosimili. Ed è una querstione di registro e di stile.

Quando vediamo in un quadro di Chagall una coppia di amanti che si libra sui tetti di Parigi, o un capro che siede in cima a un tetto suonando il violino, angeli e barboni che discorrono assieme come fossero simili, ecco che in Chagall tutto ciò non solo è credibile, ma lo è in misura ancora maggiore: è indubitabilmente un dato di realtà perché  il modo in cui il pittore ci racconta queste cose, corrisponde al cuore del bambino in noi che sa – al di là di ogni ragionevolezza esteriore – che tutto questo esiste, e che è perfino più reale della realtà di questo mondo.

Questo testo è parte della Conferenza “perché scrivo per bambini” tenuta da Michael Ende a Tokyo nel 1985 e da me tradotta nel volume Storie Infinite (Rubbettino, 2010)

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