Memorie di p.

acceleratore di particelleQuasi ferma. Quasi. Finalmente. Si sta calmando tutto qua intorno. Lo abbiamo capito poco a poco, io almeno. Che ancora non l’ho detto a nessuno. Da piccole vibrazioni, segni minuti ai quali siamo molto sensibili, noi. Infinitesimali come siamo, è una questione di natura. Ma è bello. Rallentare.  I lampi rallentano, La luce non mi acceca più. i flutti luminosi si acquietano. Le onde di energia che ti sballottano di qua e di là in questo budello infinito, pure. Di meno. Sempre di meno. Me ne accorgo. Non può essere un caso. Il ritmo. Si perde. Gli urti. Basta.

Ho passato una vita a fare a spinte. C’erano quelle che comunque era un dovere. Quelle che ti aspettavi. Le davi e le prendevi. Era bello. Ti ringalluzzivi di piacere.  Dice: piccola come sei provi anche piacere. Come fai a capirlo. Non lo capivo infatti. Lo vivevo, un singulto, certo, la spinta buona. Anche inattesa e allora veniva fuori qualcosa da te. Ancora più piccola. Una figlia, dicevano le voci. Qualcosa che era tuo e in una attimo via. A correre. Lontano. Dentro questa galleria. Sempre uguale.

E poi ti dispiaceva. Persa come sei persa tu. A correre. Una delle tanti parti di te. Buona per costruire questo tunnel di luce che sei tu e non sei più tu. E’ in te ed è fuori. E non hai pace. Vai sempre più lontano. Corri ma vai indietro.

Questa è l’altra cosa. Più andavi avanti e più tornavi verso quel punto. Quello lì. Sì. Vedevi quelle cose di te che andavano avanti ma per tornare indietro. Anche loro. Perché tempo si chiama, vero? Così dicevano le voci. Ritornare a quel momento di cui parlavano quelle più vecchie quelle che avevano iniziato tutto. Le più esperte.

Dicevano, ma non le voci, quelle non siamo noi. O almeno non nel senso che dico io, parlavano quelle come noi, le nostre, quelle più anziane. Dicevano: vogliono che torniamo a stare tutte insieme. In quella casa dove siamo state per così poco. Ma non per farci ricominciare. Solo per capire. Loro. Noi viviamo e loro ci guardano. Sanno che siamo anche dentro di loro. Siamo le sostanze di quelle voci, anche. La cosa di cui parlano: siamo noi che li parliamo.

Ci guardano e vogliono che giochiamo a quel momento. Quando tutto è iniziato. E poi c’è tanto altro che non sanno ma non sappiamo neanche noi. Neanche noi. Li ho sentiti ieri, dicevano dei numeri e parlavano di quell’altra cosa. Oscura. Oscura hanno detto. Dove non ci siamo noi. C’è quell’altra cosa. Che non siamo noi. Che non sappiamo.

Ora però sono stanca. Sono quasi ferma. Cosa sarà la pace? Cosa sarà il silenzio? Senza spinte. Senza movimento. Come era prima. Ma prima era proprio così? Sono stanca. Ora. Dicono che durerà per un po’. Non so cosa vogliono fare. Io sento però una cosa nuova. Cercherò qualcuno per parlarne. Sento come se stia per succedere. Un piacere più forte. Più grande. Una casa prima della casa. Un punto dove qualcuno mi aspetta. Non per guardarmi. Per stare con me. E basta. Ma succederà?  Sono stanca.

 

Il 14 febbraio 2013 al Cern di Ginevra gli scienziati hanno sospeso per due anni l’attività del super acceleratore di particelle, pochi mesi dopo la memorabile scoperta del cosiddetto Bosone di Higgs. Scherzosamente ho immaginato la reazione (emotiva) di una piccola particella…

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