Il violinista

musica_di_violinodi Daniele Bergesio

Adesso, all’improvviso è diventato una moda. Il fatto che esista gente come me che lo fa da quarant’anni – o di più? Che ne so, mica li conto – dicevo, gente che lo fa per sopravvivere e non per divertirsi, insomma, non interessa più a nessuno. Ti guardano e non ti ascoltano. Mi sembra come quando ero in guerra. Che poi forse sono in guerra anche oggi, ho vissuto come una specie di soldato che sparava note contro la parete di vetro di chi mi passa davanti. Solo che io la guerra l’ho fatta, quella vera.

Avevo un fucile residuato della guerra precedente e con quello dovevo arrangiarmi, guardandomi da un gelido clima bastardo e da altri uguali a me ma nati da un’altra parte. Ieri la Russia, oggi Piazza Castello. Ieri il fucile della Prima Guerra e oggi un violino che avrà cent’anni ma non vale neanche il costo di un pranzo. Suono per strada, ho ottantasette anni, sono alto un metro e cinquantotto, ho delle dita enormi, un cappello e un cappotto. E ovviamente ho freddo.

Ormai “suonare” è una parola grossa: l’artrosi mi distrugge, le orecchie mi hanno quasi abbandonato, la gente non mi ascolta. E di là dalla piazza, su Via Roma, ci sono tre ragazzini con le chitarre e tutto un impianto come non ne avevo mai visti che suona roba inglese, moderna. Sono vestiti con quattro cenci beige per fare finta di essere barboni, ma non hanno la minima idea di cosa significhi fare la fila alla mensa della Caritas. Però tutti ascoltano loro. Battono i piedi. Schioccano le dita. Li applaudono, addirittura: io non ricordo quasi più che suono abbia un applauso diretto a me, non ricordo come siano fatti degli occhi che ti guardano, una faccia completa che ti sorride.

Io sono sempre stato un violinista, nel bene e nel male. Avevo diciotto anni quando mi hanno buttato in Russia con il fucile, ma ero un violinista e per rispetto al legno non ho mai tirato un solo colpo. Avevo ventidue anni quando mi hanno preso a suonare in orchestra da ballo: non avevo lo strumento, così mi scalavano il costo dallo stipendio che prendevo. Ma suonavamo dappertutto, giravamo il Piemonte alle feste danzanti, almeno due pomeriggi alla settimana e ogni tanto anche dopo le otto di sera. Sono stati tredici anni spensierati, emozionanti, completi. Vivevamo di musica, no, vivevamo la musica. Poi l’orchestra si è sciolta, è cambiato il mondo e il violino è diventato un anno di affitto in una stanzetta di periferia. Ho provato con la fabbrica: prima la Lancia, poi la Magneti Marelli, ma non c’era niente da fare. Un violinista in catena non darà mai il meglio di sé. Manca il genio. Lo sapevo io, ci misero poco a scoprirlo anche i miei capi.

Così arrivarono gli anni Settanta e mi ritrovai senza lavoro: ricomprai un violino con gli ultimi spicci e ricominciai la mia guerra di trincea, presidiando la Piazza a Torino. Ho sparato all’attenzione dei passanti tutto il meglio di me, ora sono consumato; ma non a sufficienza, maledizione. Vivo ancora, nonostante tutto. Parto dalla Falchera ogni mattina, cambio due autobus, mi trascino fino alla vetrina di questo negozio di marchingegni elettronici e mi siedo sullo scalino, che è proprio all’altezza giusta per la mia schiena. Porto il violino, me lo tengo in grembo sperando che mi dica qualcosa: mi ignora persino lui, posso solo ricordare le meravigliose chiacchierate che ci facevamo mentre lo strofinavo. E i torinesi mi passano a fianco, non mi lasciano più nemmeno una moneta – che poi non le riconosco più, cos’è ‘sta roba? Non sono i miei soldi, questi, non ho combattuto per loro! Mi passano a fianco, i torinesi, e mi indicano ai loro bambini: sai, quel signore è lì da sempre, suona il violino, è bravissimo. Poi tirano dritto. E vanno dai ragazzini in Via Roma. E battono i piedi. E gli danno le monetine. Che loro non ci pagano mica la mensa della Caritas.

Però sono bravi. Così mi pare di capire.

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4 pensieri su “Il violinista

  1. Dolcemente amaro, questo monologo del violinista. Disilluso, chiuso nei suoi cenci consunti, rassegnato nel suo randagismo, nel suo appartenere alla strada, nell’immergersi ovattato nei ricordi di guerra, delle guerre combattute. Purtroppo non vi è una sola parola di speranza e il suo sgaurdo di uomo vecchissimo e ancor vivo nonostante tutto su quei giovani-finti-barboni, equipaggiati di sofisticati strumenti, non è né tenero né cupo… E’ lui, il violinista che ha bisogno di una carezza, è il giovane che fu lui che ha bisogno di sentirsi dire che la sua vita non è stata un fallimento e che sicuramente – lui non lo sa – il suo violino non ha suonato a vuoto. Io, questa parola vera, non di pietà, gliela direi…

  2. Eccomi, colpevolmente in ritardo – come peraltro sempre nella mia vita.
    Ovviamente il racconto è molto molto molto ricamato, ma a Torino c’è veramente un minuscolo vecchietto con delle manone che ti alzerebbe con tre dita e un violino piccino picciò. Ha suonato per anni, forse da sempre, per locali. E ora lo vedo davvero in piazza seduto, con la stessa faccia imbronciata; e i buskers più in là non sono “io”, ma potrei tranquillamente esserlo.
    E insomma, a modo mio ci tenevo ad eleggerlo eroe; quando suoni per strada vedi personaggi incredibili, ne stiamo collezionando e cerchiamo di portarceli addosso con affetto: è il meglio che possiamo fare.

    Se non fosse spam – in quel caso, tolgo subito! – ne approfitto per farvi leggere un racconto di tempo fa su Aldo, altro eroe della strada conosciuto mesi fa. Storia verissima, la sua. Forse più della nostra!

    http://www.letteratu.it/2012/11/aldo/

    • Ho letto la storia, vera, di Aldo e volutamente non ho riletto quella, ricamata, del violinista. Preferisco rifarmi ai ricordi della prima storia per dire qui alcune mie impressioni. Il musicista di strada e le relazioni umane: il violinista sembra averle cercate una vita e da queste pare essere stato allontanato. Il violinista ha provato ad entrare nei ritmi dell’esistenza, quelli che ti fanno sentire parte di una storia, ti fanno appartenere…ma la storia, le relazioni umane sembra lo abbiano rifiutato e lui suona non tanto per suscitare emozioni, quanto per campare e, in modo inatteso, le emozioni riesce a suscitarle!
      Aldo invece rifugge le relazioni profonde (“…rapporti umani fulminanti, non più di un minuto a te testa per conoscersi”), sceglie la strada come luogo di non appartenenza e fa di una mattonella la sua “casa” (“…coccolarti la tua mattonella”). Aldo ama sentirsi un marziano, riconosce i marziani come lui, si diverte a prendersi gioco della vita e quella sua calata romana rende la burla anche più marcata. Aldo non suscita emozioni (in me, s’intende); Aldo ha alienato da sé la vita, quella quotidiana che richiede responsabilità. Il violinista…lui rimane l’uomo ferito e vivo; rimane quello che la vita l’ha attraversata tutta.

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