Sipario

sipario-1di Marco Maresca

I momenti peggiori della solitudine di Emma erano accentuati dalla presenza quasi quotidiana di tutte quelle persone, pacate e operose, che d’improvviso si materializzavano al suo cospetto. Erano i momenti in cui usciva, pure se per brevi istanti, dal suo avanzante torpore senile e si ritrovava osservatrice e osservata all’interno di spazi sempre uguali. Le bastava guardare anche solo per un attimo quelle mistificanti sembianze giovanili, mimeticamente in linea con i rivestimenti chiari dei corridoi, per provare un senso disperato di nostalgia per tutto quello che era stato e che non sarebbe – e quelle figure glielo confermavano – più ritornato. Ma erano barlumi, interruzioni appannate di silenzi, code liquefatte di stelle cadenti.

 Emma camminava lentamente, sopportando tutte le sgradevoli sensazioni dei suoi risvegli quotidiani in maniera composta, quasi regale. E non era infrequente che qualche passante più o meno conosciuto e più o meno in linea con i rivestimenti si fermasse al suo passaggio e le porgesse un saluto gentile o un inchino. Gesti che lei, dall’alto della sua naturale eleganza da maitresse ottocentesca, ricambiava con cenni appena percettibili del capo o di una mano. Poi, passato il momento, riprendeva il suo lento cammino fino alla prossima sala, o fino al prossimo corridoio, dove entrava in una nuova solitudine senza tempo fatta di nobildonne annoiate e giovani artisti bohemien.

Ultimamente i corridoi erano diventati sempre più lunghi, e spesso erano abitati da rumori di ignota provenienza e colorati variamente da sbalzi di luci al neon. Erano soprattutto i rumori ad attirarla. Quel giorno di fine estate ne distinse chiaramente uno. Sembrava una mistura lontana di bisbigli, urla primigenie, getti d’aria, fruscii sintetici e passi in movimento prima ordinato poi caotico; il tutto avvolto e regolato da una musica dolcemente autoritaria. Si fermò incuriosita ad ascoltare e a scomporre quell’insolita miscela sonora. Rumore composto e scomposto in esplicamento. Silenzi interrotti da urla. Bisbigli. Fruscii. Passi. Musica. Musica. Musica.

 Poi fu silenzio, odore di vivande e disinfettante, luci senza intermittenza. E ancora silenzio.

 Poi ancora rumore.

 Fu nel corso di quell’ascolto imprevisto, sopraggiunto durante un imprevedibile risveglio, che Emma si accorse della vetrata. Fu come un richiamo luminoso nel buio del suo isolamento. Allora si fermò, si voltò dopo un momento di esitazione e avvicinò il naso al freddo vetro dell’infisso. Guardò, quel tanto che bastò per accorgersi di cosa c’era dietro e per dare il tempo ai due uomini in livrea di aprire la porta e invitarla a entrare. Un maestoso e sgargiante sipario rosso la inondò immediatamente del suo rassicurante calore di velluto. Due passi e il silenzio ovattato della platea iniziò a toglierle il respiro, sostenuto dall’orizzonte imbellettato dei palchetti e del loggione. Barcollò. Si sedette per non cadere, sorretta dai due uomini in livrea.
D’improvviso, un anziano signore in dolcevita beige uscì con aria distratta da un’apertura del sipario che mani ignote avevano provveduto a creare. Apertura e chiusura essenziale, quel tanto che occorse all’uomo distratto di evadere dal palcoscenico. Aspettò una manciata di secondi, che a Emma parvero lunghissimi, poi cominciò a modellare il suo volto, trasfigurandolo in un riflesso di serena consapevolezza. E a parlare, accompagnato da un cauto abbassamento delle luci.

 “Qualcuno di voi potrebbe pensare che io sia un attore. Pensiero ragionevole, suffragato dall’evidenza dei fatti: un sipario, luci in penombra, platea, e tutto il resto. Qualcuno potrebbe persino credere che io sia qui per introdurre una commedia o una tragedia nella quale potrei persino essere parte attiva e recitante. Anche questo un pensiero ragionevole. In realtà io sono qui per proclamare ai presenti una delle tante verità nascoste del mondo. E per mettervi in guardia dall’apparenza. Qualcuno di voi – credo più di qualcuno – potrebbe pensare che se c’è un sipario, e dietro di esso un palcoscenico, necessariamente l’attesa dovrà evolversi in un concerto di simulazioni, doppiezze, dissimulazioni, sembianze, artifici. Mi si perdoni il gioco di parole: niente di più falso! Su un palcoscenico, amici miei, c’è in gioco la verità. E la verità è che quanti dimorano la scena, e lo fanno con un tempo che è in primis per loro stessi, in secundis per gli altri e in tertiis, anche se sovente tertium non datur, per le muse, sono i soli ad aver scelto da che parte stare nel complesso ed evanescente spettacolo della vita. Ma adesso ditemi: sono essi attori? O, più semplicemente, sono i soli a sapersi destreggiare nella consapevolezza di essere? Ditemi: sono essi attori? O sono gli unici che riescono a estrarre una vita pulsante da un corpo malinconico e derelitto? Ditemi: sono essi attori? O sono i vostri occhi, la vostra voce, i vostri amori, persino la vostra morte? E le loro parole non sono forse le vostre, quelle stesse che voi non avete il coraggio di proferire? Ditemi: sono essi attori? O sono l’unica verità disponibile in un mondo di falsità?”

Poi l’uomo scese dalla piccola scala laterale in legno e si diresse verso Emma. Recuperando quell’aria distratta che il preludio al suo discorso aveva cancellato. E giunto al cospetto della donna, le porse la mano.

Emma colse la mano dell’uomo, si alzò, occhi lucidi e labbra tremanti, e si diresse verso il palcoscenico. Mentre si avvicinava, il suo passo diventò leggero. Le braccia si alzarono come fossero ali rampanti protese verso ogni direzione possibile. Le luci si spensero del tutto, nascondendo il senso di un fioco brusìo presente nella sala.

Emma salì la piccola scala in legno e avanzò verso la congiunzione dei due drappi. L’uomo in dolcevita beige, che finora l’aveva preceduta, si fece di lato e la lasciò passare. Emma avanzò, con la sua consueta maniera composta, quasi regale. Uno spiraglio si materializzò dolcemente, somigliante a labbra dischiuse. Fece per entrare, poi si fermò. Attese che la madia dei ricordi si svuotasse del tutto. Entrò. La bocca si richiuse. E il silenzio arrivò a toccare il buio, facendosi totale.

* * *

Mentre scivolava, su una barella, tra i corridoi della sua solitudine, le luci intermittenti tornarono un’ultima, incomprensibile volta, prima di spegnersi per sempre. Tra gli applausi.

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