Saggezza

bimbo dormedi Paolo Marcacci

Dorme, nella bambagia dei suoi cinque mesi suonati; non proprio placidamente perché il suo primo raffreddore lo fa gesticolare nel sonno, i microscopici starnuti lo scuotono, gli stringe i pugni il disappunto per il respiro ostruito e rumoroso. Apre gli occhi a intermittenza, al seguito della abat jour che ogni cinque minuti lo scruta, come se l’energia non le arrivasse dal cavo elettrico ma dall’apprensione di chi dorme accanto. La mezzaluna di un sorriso sulle guance paffute, quando i due volti consueti riempiono l’orizzonte della culla.

Ascolta se stesso e i suoi bisogni, la necessità del momento ne assorbe ogni energia. Potrebbe essere asiatico, nordamericano, meticcio o che so io e non farebbe alcuna differenza: i bambini vivono al presente, senza ancora l’eredità  di alcun punto di vista ereditato da chissà chi, da chissà  dove…

Forse andrebbe riscritta la storia di ogni filosofia, azzerati millenni di meditazioni: la saggezza non è un qualcosa che si acquisisce col tempo ma un dono che si smarrisce man mano che ci si allontana dalle origini.

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