Biscotti salvanotte. Un consiglio di Snoopy

Snoopy e la notteDi sera il mondo del bambino fa fatica a fermarsi. Di sera, quando a forza si congeda dalle cose della giornata, ogni bambino è come un uomo della preistoria che trepida in attesa di capire se al giorno dopo il mondo sarà ancora messo così. Ma intanto c’è quello spazio nero. Un ostacolo da scavalcare senza neppure poterlo vedere. Dormendo, per di più. “Mamma, sta diventando sera?” domanda timoroso rientrando a casa. Sicuramente non ha esaurito la dose giornaliera di giochi ed avrebbe ancora molto da fare prima che le ombre diventino scure scure.
Quella cosa lì, quel buio è come una pagina coperta a carboncino, densa e buona solo per qualche graffito. Ecco allora, che gli vengono in soccorso i nomi delle cose, la loro rassicurante ripetitività, la fiaba imparata a memoria, ma anche, perché no, il cartone animato già visto decine di volte – magari su DVD – anche la pubblicità o la faccia dell’anchorman di prima serata possono essere una zattera buona, quando si è avvistata ormai l’isola del sonno. La zattera della fantasia, quella sì che potrebbe salvare la notte. Perché il mio letto è una nave, diceva Stevenson.
Di quando in quando, di sfuggita, mentre termina la cena, il bimbo guarda fuori dalle finestre in attesa del passaggio del camion della spazzatura: rassicurante quel bel braccio meccanico che ogni sera solleva e scarica, solleva e scarica. Meglio delle pecore da contare.
In quel momento, ma non solo, è l’immagine perfetta della necessità della ripetizione; altro che mero stupore: la freschezza dell’emozione è meglio metterla subito sotto spirito, sempre uguale, e portare a casa del cuore una bella conserva di felicità. Anche con marchio sempre identico.

Come lui Snoopy, in cima alla sua cuccia, si sorprende più volte e controvoglia a contemplare il buio. Per lui la solitudine di un giardino che sembra non finire mai. E poi, ed è inevitabile, gli succedono pochissime cose di notte. Solo preoccupazioni e attese. Per cui, “prima di un giorno importante – protesta, prima di recarsi in udienza dal Grande Bracchetto – non ci dovrebbe essere mai una notte prima”.
Snoopy sta così esprimendo coi suoi paradossi quello che chiunque di noi ha pensato prima del decisivo compito di latino o di matematica; guardando le ore farsi sempre più piccole; in attesa della mattina del primo appuntamento o aspettando una finale di coppa. E’ il pensiero più elementare, tanto democratico da darci quasi fastidio.
Snoopy però non teme la banalità: per lui che di volta in volta sa autoproclamarsi eroe della prima guerra mondiale o semplice sergente maggiore, fuoriclasse del baseball o vero scrittore, le definizioni altisonanti come i proclami più scontati sono merce quotidiana. Le invenzioni lo fanno star bene e poi fanno personaggio, come direbbero i pubblicitari: loro la tecnica del fumetto l’hanno appresa bene. Suscitare sensazione. Accennare una riflessione. Inventare la battuta spiazzante. Con sempre qualcos’altro da significare. Per ingannare le attese, le notti, la realtà, qaundo si fa più oscura.
Snoopy ha sempre bisogno degli altri. Non per debolezza o timori, ma perché vuole condividere con loro le sue fantasie. Sia che si tratti di microscopici uccelli, bambini con la testa rotonda oppure inimmaginabili lettori di un romanzo mai terminato.

Svegliarsi invece e ritrovarsi soli, di notte, col problema del rovescio tennistico, del lupo dei tre porcellini, o dell’udienza dal grande bracchetto: senza dubbio è un peso troppo grande. E allora ecco la strada verso la porta di casa Brown. Si può prenderla a colpi di zampa, trasformando la paura in formula di autorevolezza. Non è una resa quella del bracchetto sotto le coperte del padrone, pardon, del bimbo con la testa rotonda. Non è una resa, né un gesto di mutuo soccorso. I due, che non potrebbero essere più dissimili, rimangono tali anche nel silenzio della stanza, per cui ora le bollicine del pensiero di Snoopy risaltano ancora di più contro la nuvoletta d’ordinanza di Charlie Brown. “Anche tu, come me, ti senti disperatamente solo e bisognoso d’aiuto, perso nella notte, sena nessuno che ti dà retta?”

Charlie parla, Snoopy pensa, ma chi guadagna di più dall’altro è come di consueto l’umano. Il bambino che accusa la notte con la sua filosofia, non fa altro che denunciare la propria incompiutezza, le proprie frustrazioni. Le braccia aperte, la bocca spalancata e indifesa ora che quelle parole gli sono sfuggite. Charlie è un bimbo troppo carico di insuccessi adulti. Erano già lì prima che li pensasse. Prima che li sperimentasse. Al cospetto del mondo è già creatura orfana, che può solo gridare invano. E ancora più invano perché ora si rivolge al buio. E al muto conforto del cucciolo.
Snoopy invece è già accoccolato sul cuscino. Non sfiora il padrone e già socchiude gli occhi. Contento, al calduccio. E appagato dal coronamento, anche parziale, del bisogno di compagnia.
Eppure tutto quel fragile fastidioso filosofico farfugliare può ancora ispirargli un pensiero. Dei suoi, ovviamente: “Non ci sarebbero biscotti salvanotte?” si domanda prima di congedare anche lo stomaco.

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