Snoopy in viaggio verso Wimbledon /2

snoopy2Wimbledon, andandoci, te lo porti già dentro ed arrivando non fai altro che arricchire un filone con lo stesso materiale della tua immaginazione.

Ma il piacere del mito non è solo volo poetico o emozione impalpabile. Amare il mito significa conoscerne dati e contesti: magari studiarsi l’elenco dei vincitori, le epoche, le variazioni di stile, soggezione amorosa è il culto di quel gesto inarrivabile, di quel colpo, quell’intuizione che ha dato una vittoria, non solo perché sia al di là delle capacità fisiche e mentali ma perché frutto irripetibile di un attimo che è diventato storia, un decimo di secondo che si è dilatato nell’attenzione e poi nella memoria di milioni di telespettatori.

Gli stessi gesti che Snoopy prova a riprodurre col suo fedele partner: l’umile ma affidabilisimo garage, perfetto nel rimandare la palla geometricamente.Pensate  a quante centinaia e centinaia di migliaia di pupille avranno seguito in TV nello stesso momento un perfetto accasciarsi della pallina pochi centimetri al di là del nastro. Qualcuno magari in quel momento sonnecchiava sul divano, un altro teneva in mano una birra, un altro ancora lo stradario perché di lì a poco sarebbe andato ad una festa, qualcuno lavando i piatti qualcuno provando a recitare la parte per le prove alla filodrammatica, chi sospirando un amore, chi meditando vendette aziendali. Ma tutti in quel momento hanno gioito perché una pallina si è fermata in quel fazzoletto d’erba e non cinque centimetri più in là, in un altro fazzoletto altrettanto degno ma irrimediabilmente segregato da una linea di gesso. Tutti lì, a seguire quel moto bloccato dalla sapienza del polso, ricamato tra cielo ed erba. Tutti quegli sguardi allora hanno sospinto quell’attimo nella storia, che è storia di tutti. Questo è il modo in cui un gesto diventa mito. E qui scatta l’ammirazione, trepida e deferente, accompagnata ironicamente dal tentativo goffo di ripetrere quel gesto con la propria racchetta, in salotto o prima di salire nella macchina che ci porta al circolo di domenica, quando gli ardori agonistici non sono stati ancora sviliti dal peso della terra rossa dei nostri campi e dall’insuperabilità di quei metri che ci dividono dalla rete e divenuti dopo un’ora – un’ora e mezza invalicabili chilometri.
E il tentativo non svilisce, anzi rende il mito qualcosa di dolcemente commestibile al nostro palato misero e presuntuoso, come il brandire di Snoopy. Eccolo ancora sul treno a imitare i gesti dei suoi idoli con la racchetta che sembra una scimitarra. Ma lo abbiamo visto anche in cima alla sua cuccia, la sorgente dei sogni mentre, terrorizzato dal racconto dei tre porcellini, si lascia andare ad una massima-chiave per capire la filosofia del tennista di circolo”Ci sono troppi problemi nella vita. Oggi sono i lupi, ieri era il mio rovescio”.

Il colpo problema ma anche delizia quando riesce. Il punto da trovare nonstante ogni cruccio, ma il punto da trovare soprattutto col bel gesto perché quello è ciò che si racconta non il punteggio. “Mi ricordo di quella volta – dice il dilettante di circolo – che ero in ritardo ma mi sono allungato bloccando il polso e gli ho inventato una smorzata perfetta”. Un gesto consegnato all’epica della doccia o del pranzo aziendale, ma che pure vale un misero punticino altrettanto quanto il doppio fallo altrui. Ma tant’è. La soddisfazione vuole la difficoltà inchiodata dalla racchetta e pretende anche che chi è al di là della rete abbia fatto di tutto per riuscire a ribatterti. Il Tennis, infatti, è anche il gioco dove si ha disperatamente bisogno della bravura dell’altro. Nel calcio devi saltare l’avversario e la sua eventuale scarsezza non minimizza troppo la soddisfazione di chi dribbla e poi indovina l’angolo della rete. Nell’atletica e nel nuoto si è in compagnia anzitutto di se stessi. Nel tiro nella scherma, nel pugilato c’è un obiettivo da abbattere, da spiazzare da confondere. Nel tennis c’è un po’ di tutto questo ma qualsiasi elemento non sarebbe lo stesso se chi è al di là della rete non riuscisse a replicarci quasi alla perfezione.

bulls_125230980Una bella volèe avrà bisogno di un passante quasi perfetto, una risposta scintillerà solo alla luce di un servizio azzeccato e violento. Il tennis è lo sport dell’avversario complice e solidale e dove la gioia non è mai piena se non c’è stato il contributo autentico della speranza e del tentativo altrui. Forse per questo piace così tanto al bracchetto sempre in caccia dell’altro. Lui che si accontenta anche dell’amica bisbetica di Lucy come compagna di doppio, lui che intende erudire anche il minuscolo Woodstock al vangelo della palla, lui che invoca gli dei del tennis quando proprio ha la sensazione di essere stato abbandonato anche dal fedele dritto. Anche in lui in effetti combaciano questa devozione al mito e la goffaggine del dilettante che quel mito irriga di sudore fisico e dedizione mentale. Il campione è al di là, proprio perché ci sono questi milioni di gesti goffi che gli fanno da litania, come il salmodiare delle vecchine in chiesa sta allo splendore rarefatto di un canto gregoriano.

snoopy dritto
Ma se il bracchetto desidera con la mente di essere al di là dei fatti, nel regno dei gesti sublimati dal mito, sa che con la testa, gli arti e il naso a banana è ben fermo nell’al di qua dove quasi ogni tiro è giudicato dalla ferrea legge del nastro e della linea, dove ogni nostra velleità impatta fragorosamente con l’ineluttabilità della dimensione-campo cui non si scappa.

E allora, in cima a quel treno, ecco materializzarsi l’ombra di un Mc Enroe, di una racchetta che piroetta mentre il vento ci porta l’aria del futuro. Ed ecco il bracchetto che prova col pensiero e con l’immaginazione a rispondere,  eccolo disegnare con la mente le traiettorie più ardite, arrampicarsi sulla scala del sogno per meglio tirare giù uno smash impendibile, eccolo ancora proiettarsi sempre in volo verso il palco della duchessa di Kent ad artigliare l’inossidabile trofeo, ed eccolo in fine perdere la racchetta ad un passaggio al livello, rimirare l’attrezzo che rotola via lungo la massicciata.

Ancora una volta la realtà che bussa alle porte del sogno, lo contraddice, ma non lo umilia. Perché dietro al gesto perfetto ce n’è un milione di imperfetti. Se il brachetto non sogna Mc Enroe non riuscirà a tirare un passante a Woodstock, se gli occhi non hanno fatto la palestra del sogno le cose più difficili non le proverà mai. E non importa se talvolta la racchetta scappa e rotola via. Chiunque, anche il bracchetto, avrà realmente battuto almeno una volta il campione, perché almeno una volta il miglior dritto del dilettante – unico tra migliaia di tentativi – sarà stato migliore della palla steccata dal primo della top ten, certo, una delle poche stecche tra migliaia di perle. Il tennis può essere anche democrazia.

Saverio Simonelli

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