Immagini e poesia nel rombo di un motore

002-1991-TaruffiLui, Alberto, aveva sei anni in quei mitici ’50, che definirli ruggenti non sa di retorica se il soggetto sono gli occhi di un bambino. Fate conto di averlo davanti. In realtà vi sta dando le spalle perché i suoi occhi sono fissi su una macchina da corsa che gli passa e ripassa davanti: lui li scaglia fino alla fine del rettilineo quegli occhi, per riposizionarli, poi,  immediatamente, colmi di fuliggine e riflessi di sole, all’imbocco dalla parte opposta, in attesa che quella fiamma rossa torni a occupare l’orizzonte, prima come un puntino, poi come una massa filante e compatta che cresce e sfreccia.Dal rombo del motore, dall’odore di olio di ricino che impregna l’aria Alberto concepisce e genera un valore per la propria esperienza di persona. Sa che nella sua vita da quel momento in poi servirà quell’emozione, la manterrà viva nel proprio quotidiano. Come un filo annodato alla memoria dell’infanzia, perché il papà, proprio quello che ora gli è vicino e lo ha portato con sé a “vedere le macchine”, negli anni 20 correva con una Bugatti, poi con un’Alfa modificata da Ferrari, lui, il mitico Enzo in persona.
Dunque il piccolo Alberto e il papà. E la macchina che passa e ripassa è quella di Fangio.

E così, passati gli anni, Alberto continua a tessere il filo nato dall’emozione rivelatasi nsu quel circuito a Pescara. E lo fa anzitutto correndo:  “ ho corso 6 anni con l’alfa GTA, – mi racconta -ma la mia ambizione si è rivelata priva della fondamentale dose di coraggio…in più per essere un fuoriclasse”. E allora, negli anni ‘70  si mette a prepararle le macchine da corsa, sempre con lo stesso amore: chi ama non ha bisogno di essere per forza protagonista.

Eppure un primo della classe lo diventa, perché la passione sfonda il muro della realtà per ritrovarsi nel mondo dei creativi, di chi commenta la realtà, le trova altro da farle dire. E allora, di fronte alla necessità di reinventarsi un mestiere, Alberto non spezza il legame con quello sguardo di bambino: si mette a dipingere, con l’aerografo, sulle auto, sui caschi e sulle moto. Lavora per la concessionaria Ferrari di Milano, la più grande d’italia, che si chiama, manco a dirlo, Rossocorsa. Ed è così che quei disegni arrivano alla casa madre: Maranello, la Ferrari. Alberto viene chiamato a presentare la Maserati 3200 coupè e poi nel 2004 la Ferrari Enzo. Nel frattempo si porta a casa anche il prestigioso premio Vargas Howard. “In pratica – racconta – all’inizio facevo sempre le stesse cose, disegnavo scene di gara degli anni 50, poi ho dovuto un po’ allargare il campo”. Come quella volta in cui l’Alfaromeo gli chiede per due anni di dipingere i suoi piloti ufficiali, quelli che correvano in america per la Indy car series.

Il tipo  di pittura del maestro Alberto Ponno si chiama fotorealismo e consiste nel creare un dipinto ad olio, acquerello, aerografo o altro che sia quanto più possibile simile ad una foto. In America questo genere di quadri è apprezzatissimo e i lavori sono ben pagati. Ci sono musei, gli si dedicano libri e varie pubblicazioni. I soggetti possono essere diversi. Luciano Ventrone e Steve Mills sono tra gli autori più rinomati. Basta un clic su internet per rendersene conto ed entrare in questo che è un vero mondo parallelo, non una replica ma un gesto d’arte che in qualche modo lo ferma nell’eternità dell’istante. Lo storicizza. Rende esemplare il nostro imperfettissimo mondo.

Gli artisti che praticano il fotorealismo usano in pratica un metodo di riporto dell’immagine di riferimento. Lo faceva già il Canaletto, con la camera oscura, i fiamminghi e forse anche Caravaggio . Con una matita si tracciano dei dettagli su un lucido che poi viene riportato su una tela o un foglio di carta, oppure con un proiettore lavorando direttamente con l’aerografo a mano libera, o ancora costruendo delle maschere direttamente sulla foto di riferimento. Alberto ama proiettare una diapositiva, a volte anche in bianco e nero, e trarne un disegno a colori. Nella fase di tracciatura del disegno prepara colori molto diluiti e particolarmente in questo sviluppo con molto bianco dentro. Il procedimento che in alcuni casi richiede centinaia di ore si può apprezzare nella successione di immagini riportate sul suo sito. Si parte dai primissimi tratti per arrivare al risultato definitivo e si passa il tempo a ripassare i colori per renderli sempre più forti. Alberto, poi, predilige il buio o il semibuio, lavorando sul fascio di luce che arriva dal proiettore come se la sua mano ne fosse parte. Sola col nulla intorno. Come faceva un grande pittore surrealista, Edgar Ende, papà di Michael, quello de La Storia infinita.
 “ Lavorando al buio più completo – spiga Alberto – riesco ad avere una precisione assoluta, a mano libera, solo seguendo con gli occhi il puntino luminoso che si crea nell’impatto della vernice sulla lastra di alluminio, bagnandola. Lo chiamo lavorare sul bagnato. E’ un po’ una condizione mentale”. E a chi gli chiede che senso ha realizzare un’opera che somiglia tanto a una foto Alberto risponde direttamente, senza presunzione ma con la giusta dose di orgoglio che nasce dalla prassi del lavoro “Perché l’ha fatto un uomo e l’ha fatto per sucitare meraviglia”. In-oltre la foto, appunto.

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4 pensieri su “Immagini e poesia nel rombo di un motore

  1. Hai saputo raccontare, come solo tu sai fare, le emozioni vivide e i frammetti di quei momenti della sua infanzia che hanno segnato il cammino di una vita.
    Solo…grazie di cuore.

  2. Ho appena letto il tuo articolo, Saverio, su Alberto PONNO, e devo dire che mi sembrava di ascoltare Alberto stesso, in quanto lui, in prima persona, mi ha raccontato buona parte di quanto ho letto quando ci siamo visti domenica scorsa, 10 febbraio, a casa sua… Alberto l’ho sempre definito un grande artista, anche se a lui non piace questa definizione perché si sente più un artigiano, sin da quando l’ho conosciuto, ovvero nel 2001, all’AIRBRUSH SHOW di Milano, perché quello che riesce a fare è qualcosa di speciale. E’ una persona che ha molto carisma, è un trascinatore e lo si vede già standoci vicino; ricordo che tutte le volte che ci siamo visti nelle varie fiere sull’aerografia, il suo stand è sempre quello stracolmo di gente, messa li ad ascoltare tutte le sue storie attinenti al tema dell’aerografia, mentre che descrive passi di realizzazione delle sue opere. E’ un grande maestro ed un grande uomo. Nella mia vita, fin’ora, ho conosciuto due persone che hanno lasciato un segno molto positivo nel mio cuore, il mio professore di decorazione all’Accademia di Belle Arti di Palermo, PIRO Calogero e Alberto PONNO.
    Complimenti Saverio per la tua sapienza nel descrivere tanta arte, espressa nelle opere di Alberto, in queste poche riga.

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