Snoopy in viaggio verso Wimbledon /1

snop wimbly6A un certo punto della sua carriera, stanco di competere con la saracinesca di un garage o di giocare in doppio misto con una virago in erba, il bracchetto decide che è l’ora di tentare l’avventura delle avventure e mettersi in viaggio per Wimbledon, il tempio del tennis, un nome che basta per racchiudere in poche lettere – molto britanniche nel suono in verità – tutta una storia di gesti, confronti serrati e memorabili, racchette di legno, metallo, grafite e oltre, pubblico ingordo di fragoline, sponsor, Rolex e teloni stesi in fretta e furia prima che venisse costruita una copertura sul mitico Centre Court.

Snoopy a Wimbledon è una serie che Schulz ci regala negli anni d’oro del tennis moderno, quelli di Borg, Connors, McEnroe, quando l’erba ancora si spelacchiava vicino alla rete per il piacere di giocare in attacco variando colpi, schemi, prese di manico, velocità e rotazioni e i protagonisti non si prendevano a mazzate dalla riga di fondo campo inanellando traiettorie da playstation con giunture, tendini e cartilagini torturati fino allo spasimo.

Snoppy no. Lui è tutto dentro un’immagine raffinata, elegante, estetica anche se non troppo decoubertiniana, sportiva e leale del gioco, anche se di quando in quando se ne vergogna (“Non è bello dire cicca cicca prima di un colpo dell’avversario”). Per lui comunque il tennis rimane gioco, inventiva, imprevedibilità ed estro e, particolarmente nel suo caso, pretenziosissima utopia.

tennis_snoopySnoopy poi a Wimbledon decide di andarci in treno, pensando che sia dalle parti di Kansas City e, in effetti, da casa sua, che è in un luogo ovviamente imprecisato, il viaggio può essere ugualmente un batter di ciglia o un interminabile peregrinare. Cosa si addice meglio alla striscia? Forse funziona meglio la seconda ipotesi: un pellegrino non vuole conoscere con precisione il chilometraggio, non si spaventa per il cumulo di strada, e punta verso un obiettivo che più impalpabile è più attira. La speranza di Snopy è infatti di essere comunque a Wimbledon, prima di pensare al tempo di viaggio, alla qualificazione, prima di concepire un torneo così “open” da essere esteso perfino al genere canino, prima ancora di sapere dove diamine conducano realmente quelle due linee parallele di ferro.

E così, salutato Charlie Brown decide di partire. Con una racchetta e una visiera sul tetto di un treno.  In una posizione ideale, perché stando semplicemente fermo è in contatto visivo col futuro e col passato, mentre il presente è davvero meno di un istante. Può voltarsi e lo spazio pare inghiottito nel tempo che vede allontanarsi. O forse è il contrario perché stando in treno tempo e spazio si tengono per mano. Quello che hai visto e pensato sembra filare via come le rotaie, all’indietro, con tutte le tue Euridici inghiottite nel passato che per un po’ puoi ancora fisicamente vedere mentre scivola via.

Per Snoppy, però, ora conta solo il futuro che – lo dice lui testualmente – è la sfida con quei vecchi marpioni di Jimmy, John, Arthur e Bjorn, il confronto con i campioni, l’utopia di condividere e partecipare qualcosa finora semplicemente sognato, di notte o dentro la scatola blu del televisore.

Ma almeno in una cosa Snoppy ha perfettamente ragione. A Wimbledon è bellissimo arrivare in treno senza chiedere troppe indicazioni, a parte l’indubbia certezza che non stiamo andando a Kansas City. Ma è bello comunque, per rimanere in una romantica indeterminatezza, anche sbagliando fermata. A me è successo. Tanti anni fa. Sulla linea verde della metropolitana, partendo da Piccadilly.

Tom Maynard - Cricketer death - Wimbledon ParkIl viaggio è in effetti non breve; sono sette le fermate piuttosto distanziate e nitida comunque è la sensazione di immergersi poco a poco in un mito. Io sono sceso a Wimbledon Park, iniziando così un lento e incerto avvicinamento all’All England tennis and cricket club come fosse una progressiva iniziazione, anche se non era il periodo del torneo. In viaggio solo per arrivare lì. Attirato come Snoopy dalla leggenda di un nome, ma senza racchetta.

Dalla stazione si può scegliere di lasciare la strada principale ed avventurarsi nel parco. Provateci al tramonto e il mito percepito diverrà epopea impagabile e solitaria. Anzitutto si costeggia un lago dove le anatre sembrano tappi di bottiglia immobili dimenticati dopo una festa molto affollata. Puoi distinguere anche gli immancabili patiti del footing, semi immersi sulla parte opposta dello specchio d’acqua e lo spazio tra la superficie e le nuvole è quello di una fettuccia azzurro-grigia tempestata di riflessi di felpe, k-way, passeggini e ruote di biciclette liftati dai raggi del sole calante.

Si incontra anche uno stadio  dismesso, la pista d’atletica protetta da cancelli arrugginiti, spettrale nel mezzo la pedana del salto con l’asta con i i ritti che sembrano graffiare le nuvole. Più in alto a fare delle colline una quinta realistica il pulsare delle luci di un sobborgo un po’ fuori mano, là dove non osa la rete metropolitana.

Wimbledon_Park_stn_look_south_to_WimbledonAttraversato il campo si è finalmente sulla collina con la strada che si inerpica mentre il paesaggio si riantropizza. Ora villette isolate o più spesso a schiera. Le mura rigidamente uniformi oppure sprazzi di colore che tentano di armonizzarsi. Regolarità proletaria e improvvisazone. L’impero e John Keats, la pienezza della forma e la pienezza della vita, magari rigorosamente dissimulata quando si è in pubblico. Qua è la, qualche canestro appeso al muro delle case dove i giardini sono poco più grandi di un box per auto al centro di Roma, attraverso le finestre poster di Thierry Henry: a quel tempo l’Arsenal era grande e Nick Hornby gongolava sul Believer.

Tutte impressioni rapidamente passeggere, a cospetto della monumentalità del mito, delle sue ramificazioni sentimentali, del tesoro di palpiti che ci ha regalato a immaginarlo in lontananza.

Come per Snoopy dall’alto del suo treno, anche a duecento metri dall’ingresso, la distanza da Wimbledon pare smisurata. Anche quando si indovina la sagoma sghemba del Centre Court, perfino quando davanti all’unico cancello aperto si vedono in lontananza le persone che lì ci lavorano. Ti spiegano garbatamente che è troppo tardi anche per una visita al museo del tennis, ma mentre ti intrattieni, comunque appagato, non sai se effettivamente sia un uomo in carne ed ossa l’interlocutore o la propaggine di un sistema perfetto, quel sistema che Snoppy vuole sfrontatamente affrontare, armato solo della sua immaginazione. 1/ continua

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Un pensiero su “Snoopy in viaggio verso Wimbledon /1

  1. Piacevolissimo. Leggere questo articolo è stato come fare una bella pattinata fra i sogni. Per una manciata di minuti sono diventata Snoopy, che da Kansas City prende il treno per arrivare a Wimbledon;… e anche un po’ passeggera, con Saverio, “sulla linea verde della metropolitana, partendo da Piccadilly” a vederne il sogno diventar fumetto. Ho visto scorrere veloci le foto degli atleti ricordati, i miei giorni di adolescente, quando ascoltavo distrattamente le notizie di sport, e tutte le suggestioni di quei momenti, le voci di alcuni giornalisti che non ci sono più: Paolo Frajese, Beppe Viola, Paolo Valenti. Poi, con un salto rocambolesco, ho rivisto la foto in bianco e nero del maratoneta (chi era, come si chiamava?) squalificato alle olimpiadi di? nell’anno ? perché ostenuto a pochissimi metri dal traguardo proprio dai giudici di gara!
    Ma dove mi ha condotto questo articolo!? In quali ricordi mi ha risucchiato? E soprattutto, l’ho letto con attenzione? So questo, che più di una volta mi ha strappato un sorriso…devo rileggerlo, devo assolutamente rileggerlo.

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