Quando cambia un quartiere e qualcuno se ne va

2013-01-24 16.04.03Di solito te ne rendi conto di fronte alle scuole, al momento dell’entrata o dell’uscita, quando vedi quei segnali chiari nell’abbigliamento dei piccoli, nello stile e nei colori degli zainetti – magari con un nuovo supereroe stampigliato sul retro – o nel tipo di stivale, solitamente orribile, mascolinizzante, ma esibito come cosa preziosa e seducente dalle madri. Oppure lo capisci da come cambia il ritmo del traffico in quell’ora o in quella di punta, le macchine che la gente ora si può permettere; romanticamente lo puoi desumere dalle tempie imbiancate di chi era tuo compagno di scuola o di stadio, perché è tutto l’ambiente tuo naturale, il tuo acquario che invecchia, ma a un primo sguardo, anche distratto lo percepisci dai negozi.
Cambiano le tipologie, le vetrine, gli spazi mutano e poi c’è quel momento di passaggio, quelle giornate di suppellettili rade e mura imbiancate di fresco dietro una serranda issata a metà. E’ il cambio di gestione, speranza che è assieme conferma di un fallimento o di un passaggio a miglior vita dei precedenti padroni. Ancora più drasticamente nitido quando l’esercizio rimane identico ma dentro ci trovi nuovi individui solerti ed efficienti, quasi volessero affrettarsi a spazzar via ogni memoria precedente.

Ma quella di Uccio, della tintoria vicino a Piazza Epiro nel quartiere San Giovanni a Roma, permane. Con la sua mole, la parlata istriana, quello scivolare incurante delle sillabe una sull’altra, come se le lettere sciassero. La sua tintoria era una specie di antro della Sibilla e il vaticinio, la sua foglia era il cognome degli avventori scritto a penna e cucito alla buona sul risvolto più nascosto agli sguardi altrui anche perché  la consegna del capo poteva miracolosamente anticipare sulla data prevista.
Era un labirinto ordinato e ombroso di giacche, pantaloni, cappotti pendenti dal soffitto come stalattiti, fissi su stampelle sicure come ganci di macelleria. Era il ronzio della gigantesca macchina lavapanni dove dietro l’oblò ruotava un intuito arcobaleno di colori in cerca di smacchiamento o di una rinfrescata di brillantezza.

Lui è stato il barometro della strada, il saluto alle generazioni di scolari che di lì passavano per raggiungere la scuola Manzoni, che ora si chiamerà Plesso Comprensivo via Lusitania. Lui, una parola per tutti, dalle mamme ai bambini, senza retorica, talvolta quasi di routine, ma comunque segno di presenza umana, di un caffè da prendere a sottrazione di mille impegni.

Lui, la sua morte annunciata da un invito al funerale. Dignitoso, asciutto, come lo stile di un mezzo secolo di vita sempre quieto quasi a commento bonario della frenesia di un quartiere che andava crescendo. Lui stabile e assieme soggetto al tempo, trascorso e stratificato nel cambio di discorsi, dal battibecco matrimoniale, dal fumo esibito delle sigarette ai commenti sui dolori delle ossa degli anni più tardi, i figli che hanno preso un’altra strada, magari lontano, il magone che monta ma che si riesce con pudore a dissimulare senza nascondere.

Ora il suo negozio è lindo e pinto. Stamattina anche i capi, per ora pochi, esposti, sembrano appesi già puliti, più diradati, leggeri e la macchina là in fondo è più moderna, la faccia che rivolge al cliente è schietta e brillante. “La moglie del vecchio proprietario ancora passa di qua, ogni tanto” rispondono i nuovi padroni senza alcun trasporto, come per dovere.

Sembrano non aver tempo per queste cose, ma un tempo devono averlo per costruire uno spazio accogliente, un di più di un talloncino da ritirare col numero stampato, una chiacchiera che non sia di interesse ma che venga porta lì anche solo per perdere una manciata di tempo, per mantenere il volto di luogo, per evitare il rischio dell’ennesimo non-luogo.

Mentre però penso a tutte queste cose, mi chiedo: a quanti nuovi abitanti di queste parti, tra le Terme di Commodo, Porta Latina e la basilica Madre di tutte le Chiese, tra vie e piazze che ne hanno viste un po’ di tutti i colori, a quanti di questi uomini nuovi, allora, sta a cuore sapere di avere un angolo di strada dove fermare i propri passi e il proprio tempo? Quanto c’è di nostalgia personale e quanto di valore vero in questo bisogno?
Beppo, lo spazzino  di Momo, il romanzo-fiaba di Michael Ende, diceva che per vivere e lavorare al meglio bisogna guardare non la strada intera ma la prossima mezza mattonella, tirare un sospiro e andare avanti con la metà successiva e continuare cion clama a ripetere l’operazione, di volta in volta. Ecco, quel negozio, il negozio di Uccio e Maria mi aveva insegnato questo, che ci sono posti dove ci si può fermare, respirare e pensare solo al prossimo angolo, metetre in fila quieta i prossimi pensieri, anzi, solo e unicamente il successivo. Questo non mi sembra un bisogno fittizio. Non è cosa da poco. E io spero che ogni luogo per qualcuno, magari per pochi, possa esserlo. Anche questo negozio che appare ora così brullo. E magari fra cinquant’anni qualcun altro ne scriverà meraviglie.

Saverio Simonelli

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2 pensieri su “Quando cambia un quartiere e qualcuno se ne va

  1. Che bella, questa dolce narrazione del Tempo attraverso il tempo di un negozio, ma più ancora di una presenza, un volto, un nome, una parlata. La storia semplice di un uomo amico, che adesso sembra anche a me di conoscere. Cambiano i “volti” dei luoghi abituali, ma non repentinamente. Cambiano con la dolcezza con cui si alternano le generazioni.

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