Nidi vuoti di uccelli

paeseNidi vuoti di uccelli, incastonati tra le grondaie e i tetti. La pioggia consuma lenta l’impasto di fanghiglia e foglie secche. Senso di umidità, di stasi invernale. Non di abbandono, ma come di un letargo delle cose, senza alito animale, in attesa del calore di un corpo.

Eppure i nidi hanno memoria. Come le rondini che di sicuro ritorneranno a breve a riempire di voli il tramonto delle vie. Torneranno in quel nido. Loro stesse o le generazioni successive. Che per noi si confondono. Ma non importa. Al ritorno ci faremo caso. Lo faremo un po’ tutti. I bambini soprattutto le aspettano, perché sanno che quella cosa lì si ripete, riaccade. E questo dà loro sicurezza, attesa speranzosa di una promessa. Come per le parole, quelle parole lì che devono tornare esattamente a quel punto preciso della fiaba riascoltata decine di volte, possibilmente alla stessa ora.

Più la vita si frantuma, più i fatti dividono, più invidi quella costanza della natura. Operosa. Saggia. Ubbidiente alla realtà. E’ il senso del ritorno che ammalia, che seduce la percezione continuamente zoppa delle nostre cose, per cui manca sempre qualcosa. Hai voglia a definirla nostalgia, desiderio di compimento; puoi nobilitarla con le migliori filosofie, ma resta lì. Una limatura in fondo al cuore.

Frustrazione? Utopia? Attitudine da sognatori? Ci consola la parola di un grande poeta. William Butler Yeats, colui che “viveva nel terribile golfo dei sogni”, come diceva lui stesso, eppure è stato viaggiatore, conferenziere, politico, senatore della neonata repubblica irlandese. Non solo esoterismi, insomma, ma anche progetti incastrati nella vita.

Nell’infuriare della guerra civile, subito dopo l’insurrezione di Pasqua del 1916 affida alla penna queste meditazioni, magari si sarà affacciato alla finestra a guardare un nido vuoto in attesa certa di nuove vite, non uguali ma non troppo dissimili a quelle vite che per le strade si inseguono e cadono nel sangue. Per un’idea tutta umana. Innaturale.

Le api fanno il nido nelle fessure
di una casa in rovina, e lì
le madri degli uccelli portano vermi e insetti.
Le mie mura si sgretolano: api operaie,
venite a costruire nella casa deserta dello storno.

Siamo chiusi dentro e la chiave è girata
sulla nostra incertezza, da qualche parte
un uomo viene ucciso, o una casa bruciata.
Eppure nessun fatto si discerne con chiarezza:
venite a costruire nella casa deserta dello storno.

Una barricata di pietra o di legna;
qualcosa come quattordici giorni di guerra civile:
la scorsa notte hanno trascinato per la strada
quel giovane soldato morto nel suo sangue:
venite a costruire nella casa deserta dello storno.

Abbiamo nutrito il cuore di fantasie
e il cuore strada facendo  s’è fatto brutale.
C’è più sostanza nelle nostre inimicizie
che nel nostro amore; api operaie
venite a costruire nella casa deserta dello storno.

Non mi sarebbero maio venute in mente queste cose quando da bambino guardavo i nidi di fronte alla finestra del piccolo paese di inverno, lasciando che le gocce di condensa lungo la finestra gareggiassero a scendere verso la linea che tracciavo col polpastrello proprio in fondo al vetro. Non ci pensavo proprio che avrei condiviso un giorno lo sguardo di un poeta così, uno che avrebbe dato forma più nobile e duratura a un mio desiderio confuso. Proprio come la natura, anche lui, capace di far durare la fragilità della parola.

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