A piedi nudi

a piedi nudidi Cetta De Luca

Partire da un’immagine. Immaginare. Non c’e occhio umano né obbiettivo che possa catturare ciò che la mente produce se adeguatamente stimolata. Neppure la parola può essere così evocativa. E allora proviamo a sommare tutto. Occhio+obbiettivo+immagine+parola. È un film. Ma neppure questo può rendere l’idea di ciò che lo sceneggiatore ha sognato quando la storia si è presentata potente e urgente tra la mente e il cuore. Perché subentra il filtro del regista che dice la sua, reinterpreta.

Torniamo all’immagine allora. E alla parola. Purifichiamo, scarnifichiamo, lasciamo che le sillabe si compongano come note di una musica, libere, ascoltiamo la melodia.

I tuoi piedi nudi in equilibrio, sospesi in un gesto incompiuto, fermo per sempre tra l’andare e il restare. Nudi come l’anima davanti all’ignoto, ignoto come l’acqua immota che attende di svelarsi a chi avrà il coraggio di esplorarla. Acqua calda, accogliente, avvolge e annulla i suoni e tutto si placa, e tutto rallenta, piano…come il battito del cuore…piano come una brezza leggera, piano come la mano che stringe l’altra mano, e che trattiene. Non andare oltre, aspetta, rimani. Rimani qui ancora in bilico, tra il reale e il sogno, cosa fisica e senza tempo, a ripetere all’infinito lo stesso gesto, lo stesso ondeggiante movimento.

Questo è il sentire, il pensiero inespresso, il desiderio incompiuto.

Non hai voluto aspettare, non hai voluto ascoltare. Ti sei spogliata mentre ancora scendevi dall’auto. Hai sparso i tuoi vestiti ovunque, tra la ruota anteriore destra e il vialetto costeggiato da cespugli odorosi. “Guarda il sole” hai detto. Quale sole, che piove…? Il sole ce l’avevi negli occhi e lo inseguivi a piedi nudi, indifesa, pelle esposta ad accogliere la tua luce, quella che solo tu vedevi, perché avevi il sole negli occhi. Neppure in quel momento hai aspettato, ascoltato. E non hai afferrato la mano.

Questa è la storia. Il regista direbbe: “Stop, buona la prima” perché con un epilogo del genere non c’è altro da dire, da aggiungere. Il racconto finisce e tutti a casa. Ma non è proprio così…

Vengo qui almeno una volta al mese, d’inverno, prima del tramonto, quando la luce è ancora neutra, priva dei rossi, dei gialli, dei verdi. Magari sono fortunato e piove. Mi fermo all’inizio della passerella e guardo l’orizzonte bianco, color latte. Gli occhi seguono la linea invisibile che separa il cielo dal mare a quest’ora della giornata. Chissà cosa hai pensato mentre scivolavi via, chissà se hai avuto paura. Vengo qui e penso di sentirla quell’emozione folle che ti ha fatto andare, andare, senza fermarti, senza ascoltare. E non ho ancora capito il perché. La prossima volta, se piove, mi toglierò le scarpe.

Cetta De Luca

 

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